È mancato l’entusiasmo. L’impressione che ho tratto dal Vinitaly 2026 è stata questa. Non ho avvertito, tra i padiglioni e negli stand, il medesimo entusiasmo degli anni passati. In vari casi, ho toccato con mano un’accoglienza quasi asettica, come se essere lì fosse un obbligo, al quale assolvere senza tanta voglia. Eppure molti espositori mi hanno confermato di avere raccolto dei risultati migliori delle aspettative, anche se bisogna ammettere che le aspettative erano basse, perché la crisi dei consumi morde, il contesto internazionale è grave, i costi energetici sono esplosi e il potere di spesa delle famiglie è stato falcidiato. Forse la spiegazione viene proprio da qui: si lavora, ma si fa molta fatica a intravedere il futuro del settore.
I quattro giorni del Vinitaly hanno avuto degli andamenti molto differenziati. La domenica semideserta, e tuttavia, a sentire le aziende, con buoni contatti: poca gente, ma quella giusta. Il lunedì e il martedì sono stati molto pieni nel pomeriggio, direi quasi come ai “tempi d’oro”. Invece il mercoledì è stato davvero imbarazzante, con moltissimi stand abbandonati dagli espositori già a partire alle 14, in uno scenario desolante (il crepitio dei nastri adesivi che chiudevano gli scatoloni è stata la colonna sonora fin dall’una), tanto che alle 15 mi sono avviato all’uscita, perché era sostanzialmente inutile stare ancora lì. Per regolamento, gli espositori non potrebbero abbandonare lo stand e neppure iniziare il disallestimento prima dell’orario di chiusura, a pena di una sanzione economica. Dubito che le sanzioni verranno mai applicate: il rischio è che gli espositori non tornino più. Dunque, mi domando a che cosa serva continuare a distribuire la fiera su quattro giorni. Forse sarebbe il caso di ridurla a tre giorni, magari allungando l’orario giornaliero di apertura.
Nel complesso, i visitatori sono effettivamente calati. Il comunicato di Veronafiere parla di 90 mila presenze. Nel 2024 e 2025 furono 97 mila, nel 2023 erano stati 93 mila. I numeri sono lontanissimi dai 125-130 mila visitatori delle edizioni pre-Covid, però questa drastica riduzione fu voluta e cercata attraverso un aumento esponenziale dei costi di ingresso, in modo da disincentivare i visitatori che a Vinitaly ci andavano solo per bere, il che va bene. Chi è mancato? Direi i ristoratori. Me l’hanno confermato gli espositori presenti: molti dicono di avere riscontrato molte meno visite da parte della ristorazione, e questo, a mio avviso, è l’elemento più preoccupante, perché vuol dire che i ristoratori sono ancora più in difficoltà dei produttori di vino, cosicché la catena che lega i due settori rischia di spezzarsi, se non l’ha già fatto. Del resto, che uno dei motivi (non l’unico, ovviamente) del calo dei consumi di vino sia anche l’impennata – ingiustificata e ingiustificabile – dei ricarichi sul vino nei ristoranti, è sotto gli occhi di tutti.
Anche l’afflusso ai diversi padiglioni è stato molto differenziato. Lo era già nelle edizioni precedenti, ma quest’anno, a mio avviso, il divario fra le varie zone geografiche e le diverse tipologie di vino è stato molto più consistente. In particolare, la mia impressione è che abbiano brillato l’Alto Adige e il Friuli Venezia Giulia con i loro vini bianchi e poi, come aree collettive, la Calabria e la Sardegna. Le considerazioni che si possono trarre dal successo di queste quattro aree sono diverse. Nel caso dell’Alto Adige e del Friuli dicono che è vero che in questo momento i consumatori sono attratti dai vini bianchi, ma a condizione che si tratti di bianchi strutturati. Insomma: si è passati dai rossi corposi ai bianchi corposi, la leggerezza non premia. Nel caso della Calabria e della Sardegna ha vinto la straordinaria dinamicità comunicazionale messa in campo dalle due regioni, il che, per converso, significa che le aree collettive, sempre più diffuse, servono a poco, se si pensa che bastino le glorie del passato, perché l’attrattività di quel passato si sta man mano affievolendo. Soprattutto, al compratore non interessano le passerelle dei politici, che invece mi pare abbiano avuto un’impennata in questo Vinitaly. La politica deve accompagnare le imprese, non sovrapporvisi.
Le aree collettive spopolano perché molti produttori hanno rinunciato al loro stand aziendale, sostituendolo con un banco nelle zone gestite dai consorzi di tutela, dalle regioni o dalle associazioni. Tre fiere a poca distanza l’una dall’altra – Wine Paris, Prowein e Vinitaly – obbligano a contenere i costi, e dunque gli spazi espositivi aziendali si restringono. È pensabile che questa tendenza si consolidi ancora di più in futuro. A maggior ragione, chi organizza queste aree deve pensarle in modo estremamente dinamico, aprendo spazi per gli affari e spazi per la divulgazione. Questa credo sia la sfida maggiore per il Vinitaly a venire.
La mobilità ha sostanzialmente retto, le apocalittiche code mattutine del passato non si sono ripetute, i parcheggi scambiatori allo stadio e alla Genovesa funzionano bene, la gente ha preso l’abitudine a utilizzare gli autobus navetta, ma non è più pensabile che manchino corsie riservate esclusivamente alle navette e bisogna ancora trovare una soluzione ottimale per il deflusso serale dal parcheggio degli espositori, tuttora lentissimo e caotico.
Vinitaly and the City, ossia il “fuori salone”, è stato ancora più articolato che in passato. Il centro di Verona era strapieno, soprattutto di giovani e comunque di gente sotto i quarant’anni, e così pure, dalle immagini che ho visto sui social media, hanno registrato un forte afflusso gli eventi allestiti nelle ex gallerie mercatali, davanti alla fiera. Però nel comunicato della fiera leggo che i token degustazione venduti sono stati 50 mila, vale a dire lo stesso numero del 2025 e del 2024, e dunque qualcosa non torna. La spiegazione dell’intasamente notturno cittadino è che il “fuori salone” lo fanno sempre di più i locali del centro storico, che si organizzano per conto loro e accumulano folla nelle vie dirimpetto, la qual cosa ha suscitato forte dibattito a Verona, perché allo sdegno dei residenti si è contrapposto chi ha salutato con gioia la vitalità che si respirava in città. A me il segnale pare chiaro: non è vero che i giovani rifiutino il vino, semplicemente hanno poche occasioni di fruirne in un modo che gli piaccia veramente, e quel che succede nelle notti di Vinitaly gli piace.


