Wine Paris ha scompaginato le carte del sistema fieristico del vino. Come fiera internazionale ha surclassato Prowein. Anche Vinitaly, che resta pur sempre una fiera “regionale” (italiana, intendo), ha patito dei contraccolpi. Soprattutto, Vinitaly ha perso la sfida digitale lanciata dai francesi.
I produttori che sono stati a Wine Paris, lo scorso febbraio, raccontano di una piattaforma digitale per la gestione degli appuntamenti molto efficace, con esiti decisamente positivi in termini sia di affidabilità delle prenotazioni, sia di conclusione degli affari. Già Prowein da questo lato, aveva manifestato lacune, e anche Vinitaly non ha retto il confronto, al punto che ci sono state cantine che si sono viste contattare non già da potenziali acquirenti, bensì da venditori di accessori, oppure da sedicenti compratori. L’impressione è che Vinitaly e Prowein siano state colte alla sprovvista dall’innovazione digitale messa in campo dai francesi, e abbiano risposto con strumenti già vecchi alla radice. La competizione, in quest’ambito, resta comunque aperta, poiché oggi, in epoca di intelligenza artificiale, è auspicabile che le soluzioni tecnologiche vengano integrate, in modo tale che chi, tra gli espositori, riceve richieste di contatto, abbia un quadro immediato e affidabile dell’interlocutore. In particolare, pro futuro sarebbe opportuno, e credo non impossibile, che i dati anagrafici del richiedente venissero implementati con le indicazioni acquisibili in rete sulla sua attività, sulla struttura distributiva e operativa, sulle referenze nazionali già presenti nel suo catalogo, sui target di prezzo dei suoi listini. Ovvio che, invece, chi non abbia i requisiti per l’accesso alla piattaforma di prenotazione va escluso all’origine.
Anche la app che il Vinitaly mette a disposizione dei visitatori si è mostrata poco efficace e soprattutto non al passo con gli stessi cambiamenti strutturali della fiera. A Vinitaly va riconosciuto il merito di essere stato, qualche anno fa, un innovatore, in questo campo, ideando l’app quando ancora ce n’erano pochissime in circolazione, ma lo strumento, adesso, appare pesante e superato. In particolare, a me è parso disallineato rispetto alla riorganizzazione dei padiglioni fieristici, sempre più popolati di aree collettive gestite da consorzi, enti, associazioni, guide di settore. Ebbene, se cerchi una cantina sulla app di Vinitaly, ti appaiono solo, nella schermata di risposta, il numero del padiglione e la posizione all’interno dello stesso, ma non l’eventuale presenza in un’area collettiva. Per scoprire, eventualmente, quella, devi andare nella seconda schermata e scorrerla tutta fino alla fine, perché è solo laggiù in fondo che si legge se la cantina abbia il ruolo di coespositore in qualche stand: una procedura macchinosa e inefficace, considerando anche i tempi di risposta non rapidissimi dell’app. La presenza o meno in una collettiva è un’informazione essenziale per il visitatore, e va evidenziata già in sede di prima risposta, non nascosta in fondo alla seconda schermata, soprattutto, ripeto, adesso che le aree collettive sono sempre più diffuse, e lo saranno, probabilmente, ancora di più in futuro, perché le aziende che partecipano a tutte e tre le fiere devono contenere i costi, e dunque non acquistano più grandi stand aziendali: gli basta un banchetto col consorzio o con qualcun altro.
Insomma, credo che Veronafiere debba fare una riflessione profonda sugli strumenti informatici messi a disposizione degli utenti, siano essi espositori o visitatori, e debba aggiornare costantemente i propri sistemi tecnologici con lo stato dell’arte della propria realtà espositiva. Lo svecchiamento del sistema-vino passa anche attraverso scelte di questo genere, e una realtà come Vinitaly ha una sorta di obbligo morale di mostrarsi punta avanzata dell’innovazione. Sono fiducioso che lo sappia fare. Intanto, ha vinto la Francia. La partita di ritorno si gioca tra un anno. C’è un anno di tempo per recuperare, e magari per superare i competitor.


