La vigna, gli alberi e l’idea di perfezione

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Il pisano Leonardo Bonacci, più famoso come Fibonacci, visse tra la fine del dodicesimo secolo e la prima metà del tredicesimo. Fu un valentissimo matematico. Scoprì, tra l’altro, una strana sequenza di numeri, che oggi viene chiamata “la successione di Fibonacci“, nella quale ciascun numero è la somma dei due precedenti, eccetto i primi due che sono, per definizione, 0 e 1. Insomma, la serie dei numeri fa 0, 1, 1 (somma da 0 e 1), 2 (somma di 1 e 1), 3 (somma di 2 e 1), 5 (somma di 2 e 3), 8, 13, 21, 34, 55, 89, 144, 233, 377, 610, eccetera. Traslati geometricamente, questi numeri danno forma a una spirale, che somiglia tantisimo alla struttura interna di certe conchiglie marine o a quella di alcune specie vegetali, come il broccolo romano, rasentando l’idea della perfezione naturale.

È a quella stessa perfezione, tra il botanico e il matematico, che s’ispira il progetto di agroforestazione intrapreso nei vigneti dell’azienda franciacortina del Mosnel, dove sono stati impiantati, tra le vigne, degli alberi che disegnano la medesima sagoma a spirale. Come dicono Lucia e Giulio Barzanò, che di Mosnel hanno raccolto – quinta generazione – un’eredità lunga centonovant’anni, è “il vigneto che si fa ecosistema e produce anche un paesaggio più bello e più accogliente, capace di restituire benessere a chi ci lavora, a chi lo visita, a chi semplicemente lo guarda”. Direi anche a chi, tramite il vino, quel paesaggio lo beve e ne trova ispirazione e serenità.

Già il pensare e l’agire per riportare nei fatti, e non solo a parole, la biodiversità botanica dentro ai vigneti, dopo che in giro un po’ per tutto il mondo nell’ultima cinquantina d’anni sono via via diventati delle monocolture, approssima la mia personalissima idea di perfezione viticola, io che da ragazzino vedevo nei campi coltivati dai miei nonni mezzadri le vigne frammiste a ciliegi rigogliosi, salici, gelsi e fichi, e sotto, a volte, i radicchi o le verze. D’accordo che non sono agronomo, e dunque quel che scrivo sarà senz’altro contestabile dal punto di vista strettamente scientifico, ma credo che in un solo caso il vino possa darmi davvero l’energia che vi cerco, ed è quando la medesima energia ci sia già tra le vigne. Mi riferisco all’insieme dei vigneti, del loro ambiente e dei loro suoli, che contengano vitalità e diversità, ed è evidente, poi, che la diversità e la vitalità botanica portano con sé anche quella animale. Si creano, così, dei “corridoi della biodiversità“, come ho sentito dire al Mosnel, che facilitano il movimento di insetti, artropodi, funghi.

Da Mosnel l’idea è andata attuandosi da una decina d’anni, da quando, cioè, con lo studio agronomico Sata, è iniziato un percorso di trasformazione del vigneto. Sovesci polifunzionali, siepi con specie arbustive autoctone, una spirale di sessantacinque coppie di carpini e biancospini; intorno, gli alberi ad alto fusto, residui di boscaglia. “La presenza degli alberi – dicono in cantina – mitiga i picchi climatici e i rischi ambientali, migliora la gestione delle risorse idriche, riduce l’effetto serra, contrasta il degrado del suolo e ne aumenta la sostanza organica e la fertilità”. Prende forma un paesaggio viticolo nuovo e più complesso, monitorato costantemente per valutare l’evoluzione della biodiversità faunistica e della fertilità del suolo.

Dell’agroforestazione se n’è parlato in Franciacorta nel corso di un convegno col quale si sono celebrati i centonovant’anni di Mosnel. I relatori erano molti. Cito un passaggio di ciascuno, che ritengo capace di suscitare riflessione. Come si diceva una volta nei crediti dei film, “in ordine di apparizione”.

Armando Castagno, scrittore di cose del vino: “Credo che il senso dell’agroforestazione fosse e sia, sperabilmente, quello di porre la vigna, forma vegetale redditizia ed esaltante da portare avanti, in una relazione più fattuale e più completa con il mondo vegetale, con il mondo delle piante”.

Marta Donna, agronomo junior di Sata: “L’agroforestazione ci porta a porci numerose domande. Prima di tutto: cosa possiamo associare al vigneto senza limitarne la produttività, ma portando a casa risultati concreti in termini di mitigazione climatica, benessere dell’ecosistema, fertilità dei suoli? Dobbiamo scegliere alberi che approfondiscano nel sottosuolo per far risalire umidità nei periodi siccitosi, ma che non vadano in competizione con le radici della vite. Abbiamo bisogno di un po’ di ombreggiamento che protegga dai colpi di calore, ma non troppo, che comprometterebbe la produttività. Dobbiamo gestire equilibri su cui non abbiamo ancora linee guida di riferimento”.

Pierluigi Donna, agronomo fondatore di Sata Studio Agronomico: “In campo aperto le interazioni tra i fattori che influiscono sui fenomeni sono tantissime e salgono a livello esponenziale: è quasi impossibile coglierle tutte. Per noi agronomi il tema degli agrofarmaci, su questo, è drammatico: continuano a comparire difficoltà, mancanza di efficacia, adattamenti dei patogeni. È la natura che si adatta, e questa mutevolezza complica ancora di più le nostre possibilità di previsione. L’alternativa è cercare gli equilibri tra gli esseri viventi. Più sono gli individui che abitano un luogo, meno spazio c’è per gli aggressori: la biodiversità è la nostra alleata”.

Valperto degli Azzoni Avogadro Carradori, imprenditore vitivinicolo delle Marche, protagonista di un progetto di riforestazione: “Io credo che nel nostro futuro avremo sempre più bisogno di ambienti che ci aiutino a ritrovare noi stessi. A qualcuno sarà capitato d’inverno di andare in un porto, stare su un molo, guardare il mare che si infrange sugli scogli. Stare lì, non pensare, non sapere perché si sta bene, eppure si sta bene. In quel momento ci si sente più vicini a qualcosa: alla natura, a se stessi, al senso della vita. Non c’entra la parte religiosa, ma a volte camminare di sera in una chiesa illuminata solo dalle candele e sentire il rumore dei propri passi dà la stessa sensazione. Sono dei momenti in cui ci si sente più vicini a qualcosa di indefinibile”.

Giorgio Vacchiano, ricercatore e divulgatore scientifico dell’università Statale di Milano: “C’è un principio ecologico molto importante, scoperto nel 1994, chiamato ipotesi del gradiente da stress. Lungo un continuum di condizioni, da quelle più favorevoli a quelle più stressanti, quando le risorse sono abbondanti tra gli esseri viventi tende a prevalere la competizione. Quando le condizioni si fanno difficili, la competizione tende a trasformarsi in facilitazione: gli esseri viventi contribuiscono al benessere reciproco. Voglio stare attento ai termini: non voglio attribuire al non umano intenzioni umane. Ma questa facilitazione esiste davvero”.

Willem Brouwer, architetto e paesaggista, docente per quasi vent’anni allo Iuav di Venezia e alla Cornell University (nonché vignaiolo, aggiungo, sui Colli Euganei): “Quando mi è stato chiesto di dare il mio contributo sui progetti di agroforestazione, mi è venuto un sorriso: invece di portare la natura verso il costruito, qui il tragitto è inverso, si porta l’architettura nella natura. E nella natura si entra sempre in punta di piedi, perché la natura è infinitamente più equilibrata del costruito umano. Quale contributo può dare l’architettura? Innanzitutto, accorgimenti architettonici: orientamento, percorsi, spazi. La biodiversità permette di configurare spazi dell’ascolto, dell’attività, della contemplazione, luoghi della sensorialità, sia dell’attenzione volontaria che di quella involontaria rigenerante. Questi elementi naturali sono anche bellissimi esteticamente e consentono percorsi tali per cui chi visita queste aziende porti con sé un’esperienza. Ricordiamoci che i progetti viaggiano nella memoria: le persone viaggiano con i progetti che hanno visto e con le esperienze che hanno vissuto”.

Andrea Bariselli, psicologo, neuroscienziato e divulgatore scientifico: “I nostri antenati avevano ben chiaro qualcosa che noi abbiamo completamente dimenticato: che tutte le specie viventi, tranne gli esseri umani, passano la stragrande maggioranza del loro tempo a sopravvivere, cacciare, dormire, riprodursi, cercare acqua. Gli esseri umani invece sono una specie bipede che ha delegato ad altri la propria sopravvivenza: vi basta pagare per bere, dormire, mangiare. E così si perde il collegamento diretto con la natura”.

Direi che ce n’è abbastanza per rifletterci a lungo.