Un vino che ricorda il Lugana del passato

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Abito sul lago di Garda, ma il Lugana 2024 di Patrizia Cadore, vino in tutto e per tutto gardesano, mi è capitato di assaggiarlo non in riva al lago, bensì a Milano, durante la presentazione del catalogo di Cuzziol Grandivini, salvo rifarmi, qualche settimana dopo, finalmente sul Garda, a Sirmione. Lei, la produttrice, le vigne le ha nell’entroterra bresciano, a Pozzolengo, dove la famiglia acquistò la terra negli anni Cinquanta, provenendo dal Vicentino.

Intorno a quegli anni ci fu il primo flusso di viticoltori in Lugana, e a quel tempo vendere il vino fatto in zona non era facile, soprattutto il bianco, che era piuttosto rustico; l’altro ingresso di viticoltori e di imprenditori vitivinicoli, ben più imponente in termini di numeri e anche di approccio mercantile, è avvenuto nell’ultima decina d’anni, a seguito dell’enorme successo commerciale del Lugana, che nel frattempo era diventato un vino capace di interpretare appieno il gusto del consumatore.

Però un po’ di nostalgia dei Lugana d’antan, quelli secchi, dritti, di buon corpo, salati e minerali, col finale vagamente ammandorlato e appena un poco tannico, quasi dei rossi col vestito bianco, qualche volta ce l’ho, e sono stato molto contento di ritrovarne il passo nel Lugana di Patrizia Cadore. Ecco, chi volesse capire com’era il Lugana prima del grande balzo compiuto a partire dalla metà del primo decennio del Duemila, può bere questo vino, e ne sarà soddisfatto; ci troverà, anzi, quella definizione di dettaglio che le tecniche di vinificazione moderne consentono di ottenere rispetto alle imprecisioni di un passato ormai remoto, ma senza che ne venga influenzata l’indole, data dalle argille dei luoghi. Mi piacerebbe, anzi, poterlo riassaggiare quando sia passato qualche anno, questo vino, perché i Lugana fatti in questo modo hanno, in genere, una capacità di invecchiamento che è superiore, forse, a quella di qualunque altro bianco italiano.

Lugana 2024 Patrizia Cadore
(88/100)

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