Per Arillo in Terrabianca devo usare la parola eleganza

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Sessanta ettari di vigneto tra Chianti Classico, Maremma e Val d’Orcia, tre tenute, Terrabianca a Radda in Chianti, Il Tesoro a Massa Marittima, poco discosto dal Tirreno, e Colle Brezza, a nord-est di Pienza, vigne che, a seconda dei luoghi, sono state impiantate a partire dagli anni Settanta fino a un paio di anni fa: è la realtà di Arillo in Terrabianca, il progetto fatto concretezza dal 2019 da Urs e Adriana Burkard, di origini svizzere lui, italiana lei. La signora, elegantissima, l’ho incontrata a Vinitaly. L’impressione che ho avuto della persona l’ho ricevuta pari pari dai vini e dalla dichiarazione d’intenti: “La nostra linea stilistica è fare vini freschi ed eleganti”, mi ha detto, mentre assaggiavo, e avevo già iniziato a farmi la medesima idea. Ora, che cosa sia l’eleganza di una persona o di un vino, è difficile da definire. È un modo d’essere, una propensione, un’attitudine, uno stile. Qui li ho trovati.

Ho appreso poi, a dire il vero, che in Toscana c’erano arrivati non per l’agricoltura, ma per stabilirci – beati loro – un buen retiro proprio in Val d’Orcia. che è un gran bel posto per l’ozio e per la quiete, ma un po’ il destino (se mai fosse vero che esiste il destino), un po’ l’interesse per il vino (e in Toscana come fai a non essere curioso del vino?) e un po’ (e soprattutto) il loro spirito imprenditoriale, li ha messi sulla strada della viticoltura. Insomma, ecco che a un certo punto hanno comprato anche a Radda e poi in Maremma, e si sono messi a produrre, seguendo i canoni dell’agricoltura biologica e in certi tratti anche di quella biodinamica. A Radda è tutto sangiovese, il Val d’Orcia è ancora sangiovese, ma frammisto a malvasia nera, canaiolo, ciliegiolo, foglia tonda e mammolo, in Maremma ci sono il sangiovese, le rosse bordolesi, lo chardonnay, il viognier e il vermentino. Coi vini – scrivo di uno solo per ciascuna tenuta – incomincio proprio dal Vermentino, che mi è piaciuto molto, e vorrei tanto poter bere, di qui a un paio d’anni almeno – e forse qualcuno di più -, nella magnum, dato che, secondo me, rivela un potenziale consistente, e in grande formato il bianco dà il meglio di sé.

Maremma Toscana Vermentino Superiore L’Imposto 2024. Mi tocca ripetermi, e scomodare di nuovo l’eleganza, del che sono peraltro contento, dato che il concetto cui lego il vino è proprio questo. Secchissimo, sapido, dinamico e giovanissimo: dicevo, appena qui sopra, che lo vorrei bere di nuovo fra qualche anno, perché ha la stoffa del grande bianco che piace a me. Comprendo perfettamente che in azienda intendano farlo diventare uno dei loro punti di riferimento, e capisco anche il brillio degli occhi del giovane enologo Vieri Vannoni quando me ne versa. (93/100)

Chianti Classico Sacello 2023. Se uno avesse anche il minimo dubbio di dove sia Terrabianca, gli basta il profumo di terra e di frutto di questo vino per dire: Radda. Il frutto, poi, ha come una doppia dimensione, c’è la parte succosa e quella un po’ più macerata, e il risultato è un sorso molto serio, sorretto da un tannino granuloso, di quelli che apprezzo nel sangiovese. (90/100)

Toscana Sangiovese Connesso Colle Brezza 2022. Viene dalla tenuta in Val d’Orcia, e temo che non avrò più modo di berlo, e che sarà un po’ difficile berlo anche per i miei lettori, perché è stato prodotto in pochi esemplari e solo in magnum, con etichetta bellissima e confezione di legno, e dunque, presumo, anche prezzo un po’ sfidante. Però dico che è un grande Sangiovese, col frutto straripante di succhi gustosi e una persistenza infinita e dinamicissima, che mi ha accompagnato a lungo dopo l’assaggio, mentre camminavo tra i padiglioni del Vinitaly, avendo a mente, e ancora presente, la sua finezza. Uscirà a settembre, mi reputo fortunato ad averlo bevuto. (96/100)