A un certo punto, com’è come non è, è saltata fuori questa manìa degli spumanti secchi e taglienti, che se a berli non fanno l’effetto di una rasoiata fra i denti, allora sembra che non siano abbastanza buoni, e giù a dire “ma senti che tensione che ha questo”, “ma senti che affilato che è quest’altro”, “ma senti quello, che ha zero di zuccheri”, e intanto le gengive si rattrappiscono, e più che bolle pare di avere in bocca delle punte di spillo, come se quello fosse il massimo del piacere. Va bene, qualche metodo classico molto secco piace anche a me. Qualche volta, però. Io sono un classicista, mi piace la morbidezza, e gli spumanti, vivaddìo, nacquero morbidi, che non vuol dire dolci, sennò sarebbero stucchevoli. Morbido è il velluto, morbida è la lana di cachemire, morbida è la seta. Morbido è lo Champagne Démi Sec, morbido è il Vouvray Moelleux, morbido è il Franciacorta Satèn, che ha molto, molto meno zucchero degli altri due, ma acquisisce morbidezza per via della minor pressione, ed è un caso a sé. Ecco, io credo di dovermi cospargere il capo di cenere e recitare il “mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa” per non aver valutato a sufficienza la morbidezza accogliente del Franciacorta Satèn. Lo dico dopo aver bevuto – dopo essermi goduto – il Franciacorta Satèn Sansevé di Monte Rossa. Caspita, che birichino, questo Franciacorta. Te ne versi un bicchiere, ne bevi un sorso, fai due parole, altro sorso, spilucchi qualcosa da mangiare, un sorso ancora a me, un altro a te, e la bottiglia finisce in un amen. L’ho detto, faccio mea culpa, e adesso che ho riscoperto la bellezza del Satèn cercherò di farmene indurre un po’ più spesso in tentazione.
Franciacorta Satèn Brut Sansevé Monte Rossa
(93/100)


