Asja Rigato, nella pianura padovana è nata una stella

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Ho conosciuto Asja Rigato perché sono stato invitato a presentare il mio libro “Esercizi spirituali per bevitori di vino” al festival Scene di Paglia, che si svolge in varie località delle province di Venezia e di Padovana. Nel mio caso, la sede dell’incontro era la sua cantina, spersa nella campagna di Bovolenta, nella pianura padovana, lungo il tracciato del fiume Bacchiglione, un tempo via di collegamento commerciale tra Padova e Venezia, appunto.

Ci si coltiva, in quella zona, il friularo, un biotipo del raboso del Piave, varietà, dunque, abituata a fruttificare sulle argille e i sabbioni delle spianate alluvionali dei fiumi. Ha sempre dato un rosso acidissimo, che si chiamava anche vin da viajo, vino da viaggio, perché con quell’acidità potevi permetterti il lusso di maltrattarlo sulle rotte marinare. In famiglia si coltivava la vigna di friularo, e poi l’uva si vendeva. Asja ha voluto provare a vinificarla da sé. Benedetta sia quella decisione.

Solo che allora il vino, lei, non lo sapeva fare. Per questo, finito il liceo scientifico, si è iscritta alla facoltà di enologia di Conegliano. “Al liceo si faceva tanta chimica, ma era quella del corpo umano. A me piaceva conoscere i processi che sottostanno alla nascita del vino” mi racconta. Nel 2016, un anno prima della laurea, tenta le prime microvinificazioni. “Volevo capire se c’era del potenziale rispetto ai vini che si producevano in zona per tradizione”. Rientrata a casa dopo un paio di anni di esperienza post laurea all’estero, ci si è messa di impegno a cercare quella che lei chiama “la strada contemporanea del friularo“. Il potenziale aveva intuito che c’era. “Il friularo – mi dice – è un’uva del futuro, visto che ovunque, col cambiamento climatico, si stanno perdendo le acidità, mentre quest’uva ha naturalmente un ph basso e un’acidità molto elevata”. Talmente elevata che nel passato si aspettava a vendemmiarla fino alla festa di san Martino, l’11 di novembre, in modo che la lunga maturazione in pianta consentisse di ridurla un po’. I vini di Asja Rigato dimostrano che la nuova strada è tracciata, ed è una strada assai poco interventista, dal lato enologico. Fermentazioni spontanee, legni esausti, niente filtrazione. Tanta vitalità, tanta energia.

I vini di Asja Rigato mi hanno sorpreso. Lei li chiama “vini fluviali”. Io dico che lungo il Bacchiglione è nata una nuova stella del vino veneto.

Vino Bianco Frizzante Flower Power 2023. Tappo a corona, etichetta psichedelica, rifermentato in bottiglia “con il suo fondo”. Vino da merende, fatto col moscato giallo e col friularo vinificato in bianco. Ciliegia asprigna e fiori di zagara. (86/100)

Veneto Raboso Rosato Frizzante Raboseo 2023. Rifermentato in bottiglia, sui lieviti. Tappo a corona. Colore tra il rosa e l’aranciato. In etichetta gli assi delle carte da briscola. Vino da aperitivo senza impegni. Molto agrumato (pompelmo rosa, arancia rossa). (88/100)

Veneto Rosato 2022. Un anno in acciaio, tappo a vite. Base pinot grigio, più il quindici per cento di raboso, entrambi lavorati in rosa. Profumi intensi di eucalipto, mentuccia e aneto. Grinta e croccantezza di mela. Gran carattere. Un vino rosa inaspettato. (89/100)

Veneto Bianco 2023. Tappo a vite. Chardonnay di due vendemmie, raboso vinificato in bianco e un pizzico di moscato giallo. Ancora la vena balsamica del rosato: è il terroir? Granny smith. Salatissimo, teso. L’avessi bevuto alla cieca, avrei detto che viene dal Rodano. (91/100)

Veneto Rosso Nero 2020. Nella pianura veneta, il vino rosso è detto “nero”. Tutto raboso. Macerazione carbonica, poi tonneau. Non filtrato. Rubino scarico, succo asprigno, tannino vivido. Ancora il balsamico. Da bere fresco, glu-glu. Sughero. (88/100)

Friularo di Bagnoli 2020. Sughero. Un terzo di uva appassita sui graticci, un terzo macerata per per un mese e mezzo sulle bucce, un terzo macerazione carbonica; affinamenti separati. La vena officinale è ancora più spiccata. Molto secco, bel tannino, e che sale! (90/100)