Ecco quanto conta davvero il vino italiano in America

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Capisco perfettamente che la questione dei dazi abbia fatto dormire notti assai poco serene a tanti vignaioli italiani. Per molti di loro, gli Stati Uniti sono il primo mercato di destinazione dei vini che producono, e un indebolimento delle vendite su quel mercato può voler dire mettere a rischio il futuro dell’azienda e della famiglia. Se faccio centomila bottiglie e ne esporto cinquantamila negli Usa, sarà molto difficile trovare rapidamente una nuova destinazione a quelle stesse cinquantamila bottiglie, se non me le comprassero più gli americani, perché sono diventate troppo care. Una tragedia. Questo dal punto di vista di una piccola cantina. Se invece la questione proviamo a immaginarla dall’angolazione di un grosso esportatore, cinquantamila bottiglie sono una goccia nel mare. La posta in gioco, per chi opera su dimensioni più consistenti, è molto, molto maggiore. Decine di milioni di bottiglie che ballano. Tante? Poche? Dipende.

Ci si può rendere conto di quale sia la vera consistenza del vino italiano negli Stati Uniti se si leggono i numeri dei trentacinque marchi vinicoli che “fanno il mercato” americano – insomma, i più venduti da quelle parti – resi noti dall’Aawe, ossia l’American Association of Wine Economists. Nelle prime trentacinque posizioni ci sono solo due brand italiani. Uno è specializzato nel Prosecco, l’altro nel Pinot Grigio. Sono Cavit al sedicesimo posto e La Marca al diciannovesimo. Per La Marca è tutto Prosecco, nel caso di Cavit credo che il vino di gran lunga più venduto sia proprio il Pinot Grigio, che infatti è l’unico messo in evidenza sul sito del suo distributore americano, ossia Palm Bay.

In tutto, nel 2023 Cavit in America ha venduto più di 46 milioni e mezzo di bottiglie. La Marca, che ricade nella galassia distributiva della Gallo, ha collocato quasi 39 milioni di bottiglie. Insieme, Cavit e La Marca vendono agli americani quasi novanta milioni di bottiglie. Tanto. Ma non tantissimo, per il mercato del vino degli Stati Uniti.

Lo si capisce osservando i numeri delle prime cinque posizioni. Al primo posto c’è il brand Barefoot Cellars, basato in California e di proprietà del gruppo americano Gallo, con 233 milioni di bottiglie vendute in America nel 2023. Al secondo posto figura il marchio, Franzia Winetaps, anch’esso californiano, di proprietà di The Wine Group: vende vini in bag in box e ne commercializza il controvalore di 228 milioni di bottiglie. Terzo è Bota Box, altro brand californiano di vini in brik e in bag in box di Delicato Family Vineyards, con l’equivalente di circa 130 milioni di bottiglie. Quarto Carlo Rossi (il nome suona italiano, ma l’azienda è, guarda caso, californiana, mentre la distribuzione è di Gallo) con 117 milioni. Quinto Sutter Home, e dunque ancora una tenuta califoniana, quella che portò al successo lo White Zinfandel, di proprietà di Trinchero Family Estates, a quota 114 milioni. Insieme, i cinque marchi maggiori del mercato Usa cubano qualcosa come l’equivalente di 822 milioni di bottiglie, tra vetro e cartone. Un volume di vino nove volte più grande di quello dei nostri (unici) due leader di mercato. Complessivamente, le vendite dei primi trentacinque marchi vinicoli del mercato americano ammontano all’equivalente di 2 miliardi e 179 milioni di bottiglie. Noi italiani contribuiamo a quella cifra appena con 85 milioni e mezzo di bottiglie. Capite che non siamo credibili quando diciamo che gli americani vanno in difficoltà se gli viene a mancare il nostro vino?

Se invece guardiamo a casa nostra, il rischio di vendere meno vino agli americani può metterci in seria difficoltà, perché quei numeri saranno anche non enormi per loro, ma lo sono per noi, in entrambi gli scenari possibili. Il primo scenario è che, per mantenere le quote di mercato, i dazi vengano spartiti per tre: una parte la pagano i consumatori americani, una parte la assorbe l’importatore e una parte se la accolla l’esportatore. Il secondo scenario è che si venda meno vino, perché non si riesce ad assorbire il costo dei dazi, e i prezzi sul mercato americano diventano proibiti per i consumatori, che si rivolgerebbero ad altro. In entrambi gli scenari, gli esportatori, per preservare un minimo di redditività, sarebbero costretti a rivalersi sull’unico anello della catena che non ha potere negoziale, ossia il viticoltore. Nel primo scenario, poiché i grossi esportatori lavorano con margini risicati, l’assorbimento di una quota dei dazi verrebbe garantito solo pagando meno l’uva. Nel secondo caso, di fronte a minor domanda di vino, bisognerebbe ridurne la produzione, e dunque tagliare una parte della fonte di reddito dei viticoltori. Il terzo scenario, quello che prospetta di aprire nuovi mercati, mi sembra sia fantascienza, e a me la fantascienza non è mai piaciuta granché.