Mentre assaggiavo uno in fila all’altro i vini di Cascina Luisin, mi veniva in mente, man mano sempre più nitida, l’immagine di Diana Bacosi e Gabriele Rossetti, che vinsero la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Parigi del 2024 centrando quasi tutti i piattelli, con una regolarità impressionante. Ne fallirono uno soltanto, sui centocinquanta lanciati, e fu un’impresa memorabile. Roberto Minuto coi suoi vini fa sostanzialmente la stessa cosa. Potresti prenderne uno a caso e avresti comunque nel bicchiere un esempio brillante della tipologia o della denominazione di appartenenza. “Non è possibile” mi dicevo, mentre assaggiavo. “Non è possibile” mi sono detto, scorrendo gli appunti sul mio taccuino, e verificando che a quasi tutti i vini avevo assegnato un punteggio da novanta un su, che per me significa che sono vini da bere senza frapporvi esitazione, da gustare, da godersi adesso e anche più in là nel tempo. Invece, non solo è possibile, ma è talmente vero che in cantina ho fatto acquisti. Raro trovare una continuità del genere.
Cascina Luisin è a Barbaresco, sulla strada del Rabajà, che se fossimo in Francia sarebbe un gran cru. A fondarla, nel 1913, fu Luigi Minuto, detto Luisin, Luigino, bisnonno di Roberto. L’azienda ha dieci ettari di vigne e fa tredici etichette, per cinquantamila bottiglie totali, l’ottanta per cento spedite all’estero. “Siamo piccoli, però abbiamo radici profonde”, fa Roberto mentre guardiamo, dal terrazzino di casa, la conca delle vigne, ordinatissime, che ci stanno davanti, e si distinguono uno per uno i filari dei nomi che hanno fatto grande il Barbaresco. Ci sorprende un refolo di vento che viene dal fiume Tanaro. Serve anche questo, il vento che rinfresca, per fare del buon vino, soprattutto in questi tempi di calura. Poi si va in cantina, tirata come uno specchio. Le scelte sono chiare: no filtrazioni, no chiarifiche, fermentazioni spontanee con lieviti indigeni. I vini sfoggiano una nitidezza che abbaglia.
I vini.
Roero Arneis Ave 2025. Lo so che farò infastidire qualcuno, ma raramente l’Arneis mi convince. E invece questo mi è piaciuto tanto. Sarà per via del fatto che viene su suoli molto argillosi, a Vezza d’Alba, che sono una piccola anomalia. È teso e sapido, mi vien da dire “minerale”. Costa 20 euro. (90/100)
Vino Rosato Experientia 2025. Ne ho già scritto. Mi ha stupito. Secondo anno, e obiettivo centrato, pur con un’uva, il nebbiolo, che rosatista non è. Viene 20 euro. (92/100)
Dolcetto d’Alba Trifula 2024. La vigna, sessantenne, sta a Rodello, in alto, a seicento metri. Il vino si affina nella botte da trenta ettolitri “per pulirlo da quelle riduzioni che sono tipiche del Dolcetto”, dice Roberto. Colore di peonia, in bocca è austero, riflessivo, sa di amarena, ricorda quasi un Beaujolais, ma il tannino arcigno è piemontese. Gastronomicissimo. A 20 euro. (90/100)
Barbera d’Alba Maggiur 2023. La vigna ha novant’anni, è a San Rocco di Alba. Il vino fa un anno di botte, ma il sorso resta scapigliato, nervoso, birichino. L’etichetta dice che l’alcol è al quattordici per cento, ma non me ne sono accorto. È a 23 euro. (89/100)
Barbera d’Alba Axilium 2023. Non si può dire che viene dagli Asili, e allora c’è quel nome latino che li evoca. L’uva è quella di una vigna piantata nel 1947, lo scasso fu tra primi per i quali si ricorse alla meccanica, venne fatto con un carrarmato modificato. Frutto rotondo e tannino fermo. Diciotto mesi di botte. Sta a 28 euro. (92/100)
Langhe Nebbiolo Maggiur 2024. Basta guardarlo traverso il calice per vedere che è Nebbiolo: colore inconfondibile, chiaro, lucente, un pelino aranciato. Poi senti gli odori e hai nuova conferma: la liquirizia, la rosa. Affiora, dopo un po’, la mentuccia. Tannino austero, ma privo di severità. Viene fatto in cemento. Costa 24 euro. (90/100)
Barbaresco Paolin 2021. Assemlaggio di tre vigne di Neive, omaggio al prozio Paolo, detto Paolin, emigrato nel Canada. Il vino sa di mela rossa croccante, è fresco e ha tannino sicuro, comunque elegante. In vendita a 38 euro. (91/100)
Barbaresco Asili 2021. Il vigneto è del ’58. Mi sono scritto: “Che spettacolo di bocca!” Rotola, il nebbiolo, rotola e si ravviva a ogni giravolta. Ha il frutto, certo, e il fiore, ma qui e là occhieggiano il rosmarino, il tè nero, la rosa canina, il sale. Costa 50 euro come tutti i cru di Barbaresco di Cascina Luisin, e tutti i cru sono anche vinificati allo stesso modo, per cui le differenze sono date proprio dal cru. (94/100)
Barbaresco Basarin 2021. La vigna è fel ’67. Colore delicato, profumi finissimi, Liquirizia, elicriso, terra rugginosa, nepitella secca, rosmarino. In bocca è carezzevole, invitante, eppure il tannino porta un che di rusticità che aggiunge complessità e fascino. (92/100)
Barbaresco Rabajà 2021. E qui ho detto: “Lo voglio” e me ne sono comprato qualche bottiglia, perché un Barbaresco come questo è decisamente il “mio” vino, per eleganza, per personalità e – sissignori – per beva, dato che il sorso non ti stanca mai. Che bellezza quella polpa fruttata, che fascino quelle spezie orientali. (97/100)
Barbaresco Rabajà-Bas 2021. La vigne è quasi cinquantenne, il vino ha un insolito e però ammaliante sentore di purea di pesca, quella che prepari quanto vuoi farti un cocktail Bellini come Dio comanda. Il vino ha gran polpa, che spiana gli spigoli tannici. Il frutto si intride di spezie e di liquirizia. (95/100)
Barbaresco Riserva 2019. L’annata fu fresca, e il vino, che è stato cinque anni in botte grande, merita di riposare in cantina per anni ancora; rosso da invecchiamento, anche per rintuzzare l’alcol, che adesso un poco si avverte (siamo quasi al 14,7%). Il colore è smagliante, radioso. Foglie secche, liquirizia a profusione, petali di rosa essiccata, succo di ciliegia; tannino granuloso com’è il cioccolato di Modica. (91/100)
Barolo del Comune di Serralunga d’Alba Léon 2021. E sì, c’è anche un Barolo, che può sembrare quasi un’eresia per un’azienda votata al Barbaresco, e come tale la prese il padre di Roberto, Luigi (che porta il nome del fondatore), ma poi accondiscese, perché la voglia di provare del figlio era troppo grande. Il vino ha tannicità vivida, sintomo di estrema giovinezza, e infatti, atteso nel bicchiere, si allarga, si distende pian piano. Austerità totale. (90/100)
PS #1: come ho detto all’inizio, il vino qui lo si può anche scegliere a caso; come si vede dai rating, sono tutti validi.
PS #2: io non ho mica comprato solo il Rabajà, infatti, ma il Rabajà è quello che vorrei bere a Natale, che arrivarci, a Natale, è un tiro di schioppo, anche se pare impossibile in quest’estate da forno.


