A volte capita di provare qualcuna di quelle emozioni così intense e coinvolgenti che vengono chiamate colpi di fulmine. Possono suscitarle le persone, le opere d’arte, i paesaggi, la musica, i libri, la bellezza. A me è accaduto con un vino che non ha ancora un nome e una data d’uscita. So che è un Barolo del 2023 fatto con il nebbiolo vinificato a grappolo intero e so anche che Claudio Fenocchio, vignaiolo in Monforte d’Alba, l’ha vinificato in omaggio al padre Giacomo (cui l’azienda è tuttora intitolata), nel centenario delle nascita. Ho avuto la fortuna di berlo in anteprima (è in bottiglia, ma senza etichetta, e chissà quando l’avrà) ed è buonissimo. Mi si è impiantato nella mente e nel cuore, indimenticabile. Mi sbilancio: per me già da adesso potrebbe meritare quell’attributo di perfezione che sono i cento centesimi di valutazione, almeno secondo la mia personale idea di vino, ossia di purezza, di classicità, di definizione dei dettagli e, insieme, anche di totale disponibilità nei confronti del bevitore. Per cui, se vi riuscisse, prenotatelo. Io l’ho detto a Claudio che quel vino lo voglio assolutamente.
Questo senza nulla togliere ai Barolo in commercio, ossia quelli del 2022, annata ritenuta problematica, ma a me comunque gradita, quando c’è stata fantasia (e poi si vedrà perché lo affermo), così come ho apprezzato la riserva del 2019. Di tutti voglio sottolineare una cosa: siamo in quella fattispecie di vini dei quali si può dire che si bevono già con gli occhi, tant’è la luminosità che li contraddistingue (e a me piacciono i vini luminosi). Che poi, a dire il vero, tornando ai tanti problemi del gran caldo del 2022, alle annate difficili ormai bisogna farci l’abitudine, con lo stravolgimento del clima che c’è, e quelle che si possano ancora definire classiche vengono col contagocce, per cui sottoscrivo quel che ha detto Claudio Fenocchio mentre assagiavamo i suoi vini: “Nelle annate classiche la finestra di raccolta è molto larga, invece in quelle calde il contesto è più problematico, e io non capisco quelli che dicono che non si può raccogliere presto. Io sono tra i primi che raccolgono. In certe annate bisogna avere il coraggio di anticipare, di cambiare gli schemi“. Ecco, queste sono le cose che mi aspetto di sentir dire da un vignaiolo che sa leggere le proprie vigne, e mi piace tantissimo anche un’altra sua affermazione, ossia che fa vini che prima di tutto devono piacere a lui, e se non gli piacciono abbastanza, sul mercato non ci vanno. Mi ricorda un monito che sentii rivolgere da parte di Carlin Petrini a una platea di vignaioli: “Fate il vino che piace a voi”. Ecco, è così che va fatto.
Insomma, ho chiacchierato troppo, e devo dire, adesso, dei vini assaggiati dell’azienda agricola Giacomo Fenocchio, tutti da vigne di proprietà, tutti da fermentazione spontanea, tutti in legno grande. La sequenza è in ordine di assaggio.
Barolo Cannubi 2022. Terroso e floreale, fruttato e materico, dinamico e succoso. Ciliegia, liquirizia, rose; artemisia, genziana, incenso; alloro, rose, acqua di pomodoro. (92/100)
Barolo Castellero 2022. Chinotto e mallo di noce; rose appassite e vene affumicate. Il pregio maggiore è la bevibilità, però a me manca un poco la complessità. (89/100)
Barolo Villero 2022. La ciliegia primeggia, e poi si fanno avanti le tracce di terra nera e di liquirizia, di mentuccia e di rose di maggio. Succoso, fresco, fa salivare a lungo. Pronto. (93/100)
Barolo Bussia 2022. Questo Bussia mi pare più immediato del solito, e certo non è un male. Frutto croccantissimo. Assenzio, ruggine. Il rating è consistente per l’interpretazione formidabile dell’annata. (95/100)
Barolo Bussia Riserva 90 Dì 2019. La liquirizia, che bella questa sensazione, nitida e golosa. Incenso, assenzio; fiori appassiti, frutto; sapidità, fragranza; tensione, lunghezza. Classico. (96/100)
Fin qui i vini che si trovano sugli scaffali. C’è, però, un altro Barolo di cui voglio parlare, ed è un vino fuori commercio, fatto come esperimento. Un Barolo Bussia 2020 chiuso con il tappo a vite. Ho detto un Bussia, e quindi un Barolo di struttura, e destinabile ad affinamento lungo, uno di quelli che magari fatichi, di primo acchito, a pensarlo con il tappo a vite. Invece in Langa c’è chi sta incominciando a prendenderla in seria considerazione quest’opzione. Con me si sfonda una porta aperta, ma so bene che le resistenze dei bevitori – e dei ristoratori – più tradizionalisti sono fortissime, e in Italia siamo nel regno dei conservatori del vino. L’assaggio mi si è rivelato illuminante, e meriterebbe di essere esteso a molti fra gli scettici del vino. Com’era plausibile, i profumi si sono disvelati con relativa lentezza, ma la bocca si è rivelata immediatamente densa di quella crema che mi aspetto da un Bussia. Magari in questo caso un passaggio nel decanter sarebbe ottimale per accelerare la liberazione dei profumi, ma in quanto ad appagamento del sorso, quello è stato totale. Se penso a dove potrebbe arrivare il Barolo in un tappo a vite chiuso con una membrana dedicata mi sembra un sogno che si avvera, e un poco, tuttavia, provo rammarico, dato che ancora in commercio di Barolo in tappo a vite non ce n’è. Ringrazio, dunque, Claudio Fenocchio per avermi concesso questa possibilità. Prova eccellente. Chissà che non si tratti di un’epifania.


