A proposito di vinili, fotografie e vino

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Sul quotidiano economico Il Sole 24 Ore di domenica 31 agosto ho letto alcune dichiarazioni del filosofo sociale di origine australiana Roman Krznaric a proposito delle sfide aperte dal cambiamento climatico, le quali renderebbero urgente una discontinuità nell’agire umano, come già avvenuto in altre tappe della storia moderna. Del resto, anche senza rifarsi a eventi rivoluzionari, chi ha la mia età ha assistito a delle discontinuità radicali nella vita quotidiana. Quand’ero alle scuole medie, svolgevo le ricerche scolastiche avvalendomi delle encliclopedie, mentre adesso c’è l’intelligenza artificiale. Da adolescente, ascoltavo la musica acquistando i dischi in vinile; poi vennero i compact disc e adesso non c’è neppure più alcun supporto fisco, ma un abbonamento a una piattaforma informatica. Avevo poi l’hobby della fotografia e mi sviluppavo le pellicole da solo; ora non si usa più nemmeno la macchina fotografica, basta lo smartphone. Tutto questo è accaduto in pochissimi decenni, sfidando quel paradigma che vorrebbe attuabile il cambiamento della società soltanto attraverso riforme graduali.

Krznaric ipotizza che una discontinuità che parta della società consentirebbe, forse, di superare le incertezze isituzionali, dovute al fatto che “i nostri politici sono intrappolati dalal tirannia dell’adesso”, mentre “abbiamo urgentemente bisogno di sfuggirvi”. Credo che quest’urgenza riguardi anche la produzione del vino.

In un intervento sul quotidiano L’Arena, il collega Fabio Piccoli ha ipotizzato che sia necessario, innanzitutto, “investire massicciamente sulla comunicazione al consumatore finale, un’attività oggi quasi inesistente”. Io non credo che si tratti di una soluzione agevolmente percorribile, disponendo il settore di scarsi mezzi propri da dedicare alla promozione diretta. Infatti, la promozione del vino è essenzialmente cofinanziata con fondi pubblici, ma molti dei piani di cofinanziamento oggi esistenti escludono che il destinatario delle azioni siano i consumatori, bensì gli operatori economici. Suppongo che tali indicazioni si possano fare via via più stringenti, in quanto il vino contiene alcol, il quale è provatamente cancerogeno, e dunque la sua comunicazione massiccia verso il consumatore non è compatibile con le politiche pubbliche.

Come ho già detto altre volte, io ritengo che prima di tutto siano invece necessari dei cambiamenti normativi che liberalizzino il settore, in modo da favorire la sperimentazione. Sperimentare significa esplorare nuove prospettive. Alcune si estingueranno perché inefficaci, altre si affermeranno perché bene accolte dal mercato. Lo sperimentatore di successo acquisterà rendite di posizione significative, ma farà l’interesse di tutti, perché il mondo del vino è sempre progredito secondo logiche imitative. Altri, dunque, lo imiteranno, e condivideranno una parte del successo. Cito un caso per tutti: il Barolo non sarebbe il vino stimatissimo che è oggi se i Barolo Boys non avessero costretto la denominazione a ripensarsi radicalmente nelle modalità di produzione, e questo a prescindere dal giudizio soggettivo che si possa dare sui vini delle singole aziende che appartenevano al gruppetto degli innovatori.

Comprendo che una logica del genere possa far tremare le vene dei polsi a chi sinora è vissuto con altre pregresse rendite di posizione, quelle maturate in sostanza negli anni Novanta o nel decennio successivo, e che quindi i maggiori operatori del settore siano restii a incalzare le istituzioni del vino perché allentino o eliminino i lacci normativi. Le vecchie rendite, però, stanno scricchiolando rumorosamente. Credo inoltre che oggi non basti più nemmeno cambiare gli stili di cantina, come avenne nel caso del Barolo. Oggi serve innovare del tutto il modo di proporre il vino a chi lo può bere. Tuttavia, se le norme non lo consentono, il settore si autocondanna all’eutanasia. Spero non sia questa la prospettiva, perché a me il vino piace, e vorrei continuare a berne di buono.