Quelli che tratto in quest’articolo sono temi che ho già in parte affrontato in passato, e dunque mi scuso con chi li abbia già letti. Però per una volta, una volta sola, per una volta nella vita, mi piacerebbe che il mondo del vino italiano, invece di piangersi addosso – per i dazi americani, per il codice della strada, per i giovani che non bevono, per mille altre cose -, decidesse di essere finalmente competitivo per la capacità di innovare, e non già sbracando sui prezzi.
Per far questo, dovrebbe chiedere alla politica non già o non solo di erogare fondi assistenzialistici che tengano in piedi la baracca, bensì di liberalizzare le norme di settore. Credo, infatti, che vi sia la necessità di modificare alcune regole imposte dal Testo unico del vino e dal correlato decreto etichettatura, che pur essendo stati emanati entrambi non molto tempo fa, ossia nel 2010 e nel 2012 rispettivamente, contengono norme vecchie come il cucco in termini concettuali. Affinché il vino italiano possa affrontare quel cambiamento che non è più differibile, alcune delle loro previsioni vanno cambiate ora, subito, adesso. Del resto, con la crisi che c’è, quanto mai vuoi aspettare per cercare di rimetterti in carreggiata?
Ci vuole, insisto, una decisa sterzata verso la liberalizzazione, in modo da togliersi di dosso quelle regole antiquate, inefficaci e oppressive, che impediscono di affrontare tutti i segmenti di mercato.
Per quanto riguarda il confezionamento dei vini a denominazione di origine, in particolare, vanno introdotte due variazioni urgenti.
Tappi. Vanno subito ammessi tutti i sistemi di chiusura per qualunque tipo di vino a denominazione di origine, e dunque va subito intriodotta la piena libertà di utilizzo del tappo a corona, del tappo a vite, e di quant’altro ci si inventi di efficace. Smettiamola con questa presunzione che il tappo raso qualifichi il vino col quale è chiuso. Suvvia, c’è gente che in casa non ha nemmeno il cavatappi, e beve altro, perché il vino è complicato in tutto, perfino nel modo di aprirlo.
Confezionamento. Vanno ammesse subite tutte le forme possibili di confezionamento per qualunque tipo di vino e per qualunque menzione sia riportata in etichetta, e dunque ci vuole il pieno e totale via libera alle lattine, ai bag in box, alle bottiglie di carta e a qualunque altra soluzione venga inventata per mezzo della ricerca. Pensate che adesso perfino nei disciplinari che ammettono i bag in box, non è consentito usarli se il vino si chiama classico, superiore, riserva, chiaretto e via discorrendo (sono le cosiddette menzioni tradizionali), col che si sono perse e si perdono occasioni commerciali una dopo l’altra. Insistere in certi anacronistici divieti vuol dire essere ciechi di fronte a dei consumatori che vogliono soluzioni semplici e sostenibili, e che, se non le trovano, comprano bevande che siano confezionate in modo più pratico.
Ci sono altri temi che attendono risposte, e per alcuni siamo già in ritardo.
Vitigni resistenti. Ci sono, ormai si sono consolidati in varie parti d’Italia. Sembra che resistano effettivamente bene alle patologie tipiche della vite, e dunque siano sostenibili in fatto di impatto sociale (meno trattamenti) ed economico (fare meno trattamenti abbatte i costi di produzione). Inoltre, alcuni riescono a conservare delle ottime acidità nonostante il clima torrido. C’è anche chi ci ricava dei vini di ottimo livello qualitativo. Eppure, non si possono ancora introdurre nei disciplinari delle denominazioni di origine. Credo si debba quanto meno consentire il loro utilizzo sperimentale nelle doc pluricultivar. Bisogna farlo da adesso, non da quando sarà troppo tardi.
Vitigni in etichetta. Non ho una posizione univoca sull’indicazione dei vitigni autoctoni sui vini generici, ossia quelli che non sono né a denominazione di origine, né a indicazione geografica. Capisco che produrre vini generici con rese per ettaro enormi e contestualmente consentire a questi vini di riportare il nome dei vitigni autoctoni in etichetta possa portare pesanti turbative al mercato dei vini a doc e igt. Però ci sono alcuni vini generici buonissimi. Per dire, anche il Sassicaia, in origine, era un vino generico. Non si potrebbe consentire di scrivere il nome dei vitigni autoctoni sui vini generici quando questi siano prodotti in aree geograficamente specifiche, da soli vigneti di proprietà del produttore e a rese per ettaro limitate? Mi sembrerebbe una via ottimale per consentire di fare della sperimentazione, che apra nuove prospettive sui territori.
Commissioni di assaggio. Questo l’ho detto più volte: le commissioni di assaggio delle denominazioni di origine vanno abolite, perché introducono valutazioni soggettive su una materia – la produzione di un bene alimentare – che dovrebbe rispondere solo a regole oggettive e determinano rallentamenti nelle attività di imbottigliamento. Nessuno, si sogna di far valutare da un commissione pubblica di assaggio la passata di pomodoro, lo yogurt, la pizza o i Tarallucci del Mulino Bianco (a valutarli è chi li compra e li consuma, ossia “il mercato”). Dobbiamo proprio farlo col vino, quando sia comprovato che il vino risponde alle norme produttive previste dal disciplinare? Lo trovo assurdo, e così nelle doc si perdono i vini più sperimentali, quelli che magari sarebbero in grado di attrarre nuove attenzioni su denominazioni che boccheggiano.
Semplificazione. Parlare di semplificazione burocratica in questa nostra Italia che si regge sulla burocrazia, anche in termini occupazionali, sembra quasi bestemmiare. Però, coi margini economici che si contraggono giorno per giorno, le aziende che fanno vino hanno bisogno di ridurre i costi ingentissimi, diretti e indiretti, derivanti dalle troppe dichiarazioni da compilare, che spesso si sovrappongono le une con le altre, e questo determina degli oneri che, soprattutto per le piccole cantine verticali (quelle che fanno tutto da sé, dalla lavorazione della vigna alla commercializzazione), stanno diventando insostenibili. Tagliare scartoffie significa tagliare i costi, e garantire ossigeno e sopravvivenza ai piccoli.
C’è un ultimo tema che andrebbe finalmente risolto, ma la soluzione non è a livello nazionale.
Vendite transfrontaliere. Uno di cardini fondamentali dell’Unione europea è la libera circolazione delle merci e delle persone. Però spedire il vino a privati cittadini europei di una nazione diversa da quella del produttore è burocraticamente complicatissimo, e dunque quasi impossibile. La questione è legata alle accise diverse applicate dai vari paesi. Credo che la questione dei dazi americani abbia aperto gli occhi a tutti gli europei riguardo ai problemi sollevati da certi anacronistrici balzelli, ma continuiamo comunque ad applicaceli tra tra di noi nell’Unione europea. Che dite, non sarebbe ora di toglierli di mezzo e consentire, finalmente, a un vignaiolo italiano di spedire liberamente il proprio vino a un acquirente tedesco e a un produttore tedesco di spedirlo a un italiano?
Faccio dunque appello alle organizzazioni professionali a ogni livello, al Comitato nazionale vini e al Ministero affinché vengano superati i tentennamenti e le ritrosie e si provveda finalmente a dare una ventata di novità al settore del vino. Ce n’era già bisogno da un po’. Adesso temo sia questione di sopravvivenza.


