Il mondo del vino italiano è proprio piccolo

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Da parte delle istituzioni di settore e della politica si continua a dire che il vino è una componente fondamentale del made in Italy, e che porta un contributo economico importantissimo alla nostra bilancia dei pagamenti. Evviva, molto bene. Se non fosse che questo cozza con l’impressione che abbiamo in molti, e che l’attuale congiuntura sfavorevole rende ancora più evidente, ossia che il vino italiano, pur con le debite eccezioni, difetta in termini di imprenditorialità. Certo, le imprese vinicole maggiori dispongono di valide professionalità interne, ma comunque stiamo parlando di aziende relativamente piccole, rispetto ai vertici degli altri settori del made in Italy.

È facile rendersene conto guardando i numeri. Tutto insieme – lo ha detto l’Osservatorio Uiv-Vinitaly nel corso dell’edizione di questa primavera della fiera veronese – il vino italiano fattura circa 14 miliardi di euro, fornendo un contributo dell’1,1% al pil nazionale. La prima azienda del vino nazionale – e questa volta i dati vengono dall’elaborazione del bilanci 2025 effettuata da Anna Di Martino per l’inserto L’Economia del Corriere della Sera – è il gruppo Cantine Riunite & Civ che, assieme alla controllata Gruppo italiano vini, fa 635 milioni di euro di fatturato. Poi vengono Argea, a quota 462 milioni, e Italian Wine Brands a quasi 396 milioni. Quarto è il Gruppo Caviro a 351 milioni, quinto Marchesi Antinori a 263 milioni. Tanti soldi, e complimenti a loro, ma poca cosa rispetto ai leader degli altri settori.

Prendiamo la moda, stella del made in Italy. Nel 2025 Gucci ha fatturato da solo quasi 6 miliardi di euro. Oniverse (Calzedonia, Intimissimi, Tezenis, Falconeri e anche un po’ Signorvino) viaggiava intorno ai 3,7 miliardi e trecento milioni. Prada era intorno ai 3 miliardi, Giorgio Armani era sui 2,2 miliardi, Loro Piana attorno agli 1,7 miliardi. I primi cinque marchi italiani del fashion valgono, in termini di fatturato, un paio di miliardi in più di tutto il vino che vendiamo.

Passo all’agroalimentare. Barilla, che ha chiuso l’esercizio 2025 a 4,8 miliardi di fatturato, Lavazza a 3,9 miliardi. Nel 2024 Aia ha fatturato quasi 4 miliardi e 400 milioni, Agricola Tre Valli (frutta e verdura) 2,8 miliardi. La parte agricola di Gesco (leggi pollo Amadori) fa 2,2 miliardi. Ferrero Italia fa 1,8 miliardi, l’intero gruppo 22,3 miliardi. Il cibo vale un sacco più del vino.

Il confronto è impietoso. Riassumo.

  • Primo gruppo italiano del vino: 635 milioni di fatturato.
  • Prima azienda italiana del caffè: 3,9 miliardi.
  • Prima azienda italiana della pasta (e dei dolci): 4,8 miliardi.
  • Primo marchio italiano della moda: 6 miliardi.
  • Nutella & Co. valgono 1,8 miliardi solo in Italia, 22,3 nel mondo.

Con questo, di sicuro non voglio sminuire il valore del vino italiano, né quello dei leader di settore. Ci mancherebbe! Dico solo che sarebbe opportuno evitare i proclami e gli squilli di tromba, perché tutto sommato noi del vino (mi ci metto anch’io, dato che ne scrivo) siamo piccoli. Poi, potremmo anche sostenere che piccolo è bello, ma se qualcuno dice che al vino italiano scarseggia l’imprenditorialità, non c’è mica da offendersi come fanno certuni: è la pura presa d’atto di una frammentazione che è così diffusa da rendere difficoltoso e spesso impossibile l’innesto di elevate professionalità. Sarebbe cosa buona, dunque, che ce ne rendessimo conto e che facessimo un bel bagno di umiltà. Magari sarebbe la volta che ci mettiamo davvero a lavorare tutti (o quasi) nella stessa direzione, cosa che visti i tempi, oltretutto, non farebbe male.