Agostino Vicentini è il vignaiolo della porta accanto, quello che più che parlare, ascolta, memorizza e fa tesoro, e quando ti vede ti saluta per primo; il vicino di casa che sa fare di tutto e se serve una mano te la dà. Lui sa fare benissimo i vini bianchi soavesi e sa fare molto bene i vini rossi valpolicellesi, e da anni viene premiato per entrambi, senza che mai sia salito sul piedistallo a proclamare sentenze, ma sa fare in modo eccellente anche i vini passiti, sebbene di questa sua capacità per i vini dolci si parli assai meno, perché i vini dolci, si sa, vanno poco di moda. Invece io credo che se sai produrre un ottimo passito, che si faccia gradire per l’equilibrio, allora sei bravo con qualunque altro vino, perché il passito, così sospinto verso la dolcezza, e dunque sempre a rischio di stucchevolezza, richiede una maestria straordinaria per essere bilanciato. Insomma, Agostino questa maestria ce l’ha, come mi ha dimostrato l’aver bevuto assai di gusto il suo Recioto di Soave del 2003, che ho ritrovato in cantina.
Ecco, questa è un’altra prerogativa dei grandi vini passiti, il saper affrontare il tempo, arricchendosene. Questo Recioto soavese più che ventenne mi si è presentato aggraziato, con i profumi dei frutti disidratati e caramellati che si arricchivano, via via, di gradevolissimi ricordi floreali di lavanda e di caprifoglio. Lo zucchero non hai mai prevaricato il sorso, e anzi la freschezza gli ha quasi dato un’idea di leggerezza.
La bottiglietta da mezzo litro non l’ho bevuta tutta subito, ma ne ho centellinato alcuni sorsi nei cinque giorni successivi, senza che il vino avesse alcun cedimento.
Bravo Agostino. E bravo chi voglia prendersi la briga di ridare il giusto valore ai grandi vini passiti italiani. Un patrimonio che abbiamo troppo trascurato.
Recioto di Soave 2003 Vicentini Agostino
(93/100)


