Le istituzioni del vino sono generalmente improntate a uno spirito conservatore. Sin qui, si è trattato di un atteggiamento comprensibile e per molti versi saggio, dovendosi usare prudenza quando ci sia di mezzo il destino di migliaia di aziende e di famiglie, e talvolta di interi territori. Tuttavia, oggi occorre tenere in seria considerazione i due cambiamenti in atto, ossia quello climatico e quello delle propensioni dei consumatori. Può darsi che il secondo cambiamento, quello che riguarda la domanda, dipenda in buona parte da fattori congiunturali, quali l’erosione del potere d’acquisto delle persone o l’incertezza derivante dai conflitti in essere, e dunque vi si può porre un rimedio transitorio con un’accorta politica dei prezzi. Il primo, tuttavia, pare qui per restare: il clima è cambiato e ci dovremo adattare, almeno per un bel po’ di anni. Di fronte a una simile evidenza, confermare un atteggiamento conservatore equivale a imbracciare le teorie negazioniste. Invece, se il contesto climatico è cambiato, anche l’approccio alla viticoltura e alla produzione del vino dovrebbe, giocoforza, cambiare, a cominciare dalla liberalizzazione delle norme di confezionamento del vino, tema che ho già affrontato altre volte, e dalla revisione dinamica dei disciplinari di produzione delle denominazioni di origine, che oggi non consentono di effettuare alcuna vera sperimentazione.
Mi ci ha fatto pensare la decisione assunta dalla famiglia Guinaudeau, proprietaria del celebre Château Lafleur, di abbandonare la denominazione di origine bordolese di Pomerol già con la vendemmia del 2025, essendo intenzionata ad effettuare delle sperimentazioni in totale libertà sulle modalità migliori per affrontare le conseguenze del cambiamento climatico. “Il clima – hanno dichiarato – sta cambiando rapidamente e radicalmente. Le annate 2015, 2019 e soprattutto la 2022, ne sono stati esempi lampanti. Il 2025 segna una nuova pietra miliare. Dobbiamo adattarci, riflettere e agire concretamente. Infatti, stiamo evolvendo le nostre scelte di gestione dei vigneti più rapidamente di quanto ci consentano i nostri sistemi di denominazione di origine controllata“.
Il nodo, a Pomerol, come altrove, in Italia al pari che in Francia, è l’evidente contraddizione che esiste fra la rapidità del cambiamento climatico e la staticità delle istituzioni del vino. In troppi casi, le norme di impianto e di gestione dei vigneti sono ancorate a un’impostazione maturata decenni fa, quando il clima era molto diverso. Inoltre, è davvero incredibile che per difendere l’indifendibile ci si arrocchi dietro all’inconsistente concetto di tipicità, sulla base del quale le commissioni di assaggio bocciano inesorabilmente i vini che non corrispondano agli standard del momento, dimentiche del fatto che è il clima stesso a modificare la tipicità, stante che è diventato “normale” che in zone dove i vini sviluppavano dodici gradi di alcol oggi ce ne ritroviamo quattordici. Non è forse un cambiamento radicale della tipicità questo qui? L’assurdità è che se il clima cambia il vino, allora il cambiamento viene accettato passivamente come “tipico”, mentre se a fare attivamente un esperimento sui vigneti o sul vino è un vignaiolo coraggioso, allora quello è ritenuto un cambiamento inaccettabile e dunque da sanzionare. Mi pare una evidente contraddizione. Salvo magari ricredersi in tempi troppo lunghi, quando l’anomalia verrà accolta come tipicità. È sempre accaduto così nel passato. Purtroppo, questa volta quei tempi lunghi non ce li possiamo permettere.
Io credo invece che sarebbe bene concedere al vignaiolo una maggiore libertà interpretativa della propria appartenenza al territorio e alla denominazione. La tipicità è un concetto dinamico. Il vero tradimento è considerarla immutabile e statica.


