Da qualche po’ a questa parte, una delle zone d’Italia più avvincenti per il bevitore di vino è quel pezzo di Piemonte che sta fra Torino e la Valle d’Aosta. A dare un contributo importante al fermento che c’è nella zona è un gruppo di produttori under 40 che va sotto il nome di Giovani Vignaioli Canavesani, sodalizio che comprende, al momento, una ventina di piccole cantine, le quali assommano, in tutto, una sessantina di ettari vitati, per una produzione complessiva di appena novantamila bottiglie, la gran parte nelle denominazioni di Carema, Canavese e Caluso, o fuori dalle doc. Si incontrano, questi giovani, si confrontano, si scambiano esperienze, commissionano studi sui suoli e sui vitigni e una volta l’anno organizzano a Ivrea un loro appuntamento che si chiama ReWine, nel corso del quale fanno assaggiare al pubblico i loro vini. Tra i punti programmatici, mi piacciono soprattutto quelli nei quali dicono di voler “riportare la vigna al centro della filiera vitivinicola canavesana”, “stimolare uno sviluppo economico per i giovani vitivinicoltori” e “promuovere il Canavese come luogo del buon vivere”. Il tutto senza isolazionismi, ma piuttosto con il “collaborare con tutte le aziende del territorio e con i consorzi, puntando al futuro delle nostre denominazioni”.
Li tengo d’occhio da qualche tempo, e non ho esitazione a confidare che alcuni dei loro vini siano attualmente tra i miei favoriti italiani, così come non mi faccio remore a dire, per converso, che un passettino più avanti lo vorrei vedere attuato su due fronti. Il primo è una maggior focalizzazione sull’identità collettiva dei vini prodotti e sulla sottolineatura dei caratteri locali, e per far queste serve una minore ossessione per l’enologia, che mi pare precluda il volo di alcuni degli associati, che hanno invece bel potenziale, e possono disporre, dentro al gruppo, di ottimi esempi da cui trarre ispirazione (ma in fondo fare squadra serve proprio a questo). Il secondo elemento da puntualizzare è quello della responsabilità ambientale. Su questo aspetto sono proprio tranchant: mi dispiace, ma il diserbo chimico, ragazzi miei, deve assolutamente sparire dai radar di quelli che tra voi (pochi, a dire il vero) ancora lo adoperano (non c’è “buon vivere” con la chimica). Su, dai, fate questo sforzo.
Ora però è il momento di scrivere di alcuni vini. Sono quelli che ho potuto assaggiare nel corso di una degustazione dedicata alla stampa. L’attenzione era focalizzata sui rossi tutti a base di nebbiolo di alcune delle annate recente, saltando a piè pari la 2022, giudicata (da loro) troppo calda, e quindi meno significativa. Eccoli qui di seguito, in ordine di assaggio.
Vino Rosso 2024 Sabbionere. Rubino brillante, è fuori dall’area della doc del Canavese, e quindi si imbottiglia come generico vino rosso. Il nebbiolo un po’ si nasconde. Vinosetto, ha la rosa canina, il tamarindo, il chinotto e un poco di agrumi. (84/100)
Canavese Nebbiolo 2023 San Martin. Di quest’azienda apprezzo soprattutto l’Erbaluce: quello fatto da loro è tra i miei preferiti. Il Nebbiolo, da una vigna tra i cinquanta e i settant’anni, è asprigno, puntuto, selvatico nei frutti e nel tannino. Credo necessiti di tempo. (87/100)
Canavese Nebbiolo 2023 Pizzino Monte. La ’23 è la prima annata, e se il buon giorno si vede dal mattino, il giorno può essere molto felice. Ha tensione, tannino vivace assai bene integrato, frutto croccante e lunghezza. Il problema? Ne hanno fatte solo 220 bottiglie. (90/100)
Vino Rosso 2023 Valchyara. La vinificazione si fa in cemento, le vasche sono quelle vecchie di una volta, e se alla fine c’è un poco di volatile nel vino, va bene uguale. Frutti boschivi e radice di rafano, corteccia di rovere e nocino. Complessità e dinamicità. (90/100)
Carema 2023 Monte Maletto. Per me Gian Marco Viano è tra i migliori giovani produttori italiani, e con questo Carema ’23 non si smentisce. Colore esilissimo, petalo di geranio. Vino elettrico ed elettrizzante. Dinamico, fremente, giovanissimo. Vino di finezza. (93/100)
Canavese Nebbiolo 2021 Luca Leggero. Anfora e botte grande. Ne derivano un colore granato e un profilo organolettico propriamente nebbiolista, con il tabacco, il fumo e le foglie secche che si intersecano con la traccia floreale e con la liquirizia. (88/100)
Canavese Nebbiolo Broglina 2021 Kalamass. Riccardo Boggio è un altro degli enfant prodige del Canavese, bravo sia come bianchista che come rossista. Anzi, direi che l’indole bianchista si avverte anche nei rossi, che sono frenetici e piccanti. Complesso, ma di gran beva. (91/100)
Vino Rosso 2021 NT Wines. Gualtiero Onore, il titolare, è appena diventato il nuovo presidente dei Giovani Vignaioli Canavesani. Ha vocazione politica (è sindaco del suo paese) e potrà far bene. Il vino che ci ha proposto sa di ruggine, liquirizia ed erbe alpestri. Sui generis. (87/100)
Vino Rosso Ostile Cesnola 2021 Daniele Giacone. Colore sottile, nuance aranciata. Ha il sale, la fragola di bosco, le foglie secche e la liquirizia. Tannino bello. Un vino che, insieme, è delicato ed energetico. Di quelli che mi vien voglia di chiamarli montanari. (90/100)
Carema 2021 Chiussuma. La tinta è piuttosto marcata, ma di un tono rubino elegante. Freschezza, tannino scabro, fruttini di siepe fitti fitti, corpo che dà sul monolitico. Un vino giovane, che invoca la sosta nel buio della cantina di chi l’acquista. (88/100)
Canavese Nebbiolo Girumeta 2020 Rostagno. Mi sono scritto “l’austerità e il granito”. Il granito me lo richiama il colore da cocktail americano. L’austerità viene dalle spezie dolci, dal pot pourrì, dal sottobosco, dalla noce. Scarno, quasi scheletrico, ma fresco. Mi piace. (93/100)
Canavese Nebbiolo Darecà 2019 Figliej. Che giovinezza, signori miei! Si fa in modo “naturale” in botte grande (quasi un’anomalia, in terra di poche bottiglie) con l’uva delle pergole centenarie dietro casa. Bello, brillante, luminoso. Vitale, sprizza energia. Gran vino. (95/100)


