La biodiversità in un fagiolo

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Biodiverstà è una definizione che va di moda. Ne abbiamo maree di biodiversità in Italia. L’Italia è così lunga e ha climi e ambienti così diversi e ci sono passate così tante popolazioni che è logico che siamo una culla delle biodiversità. Perché nel tempo si sono stratificate coltivazioni così diverse di erbe, ortaggi, verdure, legumi, frutti, olive, e allevamenti i più diversi di animali. Solo che spesso ce le dimentichiamo, delle nostre biodiversità, e le perdiamo, o rischiamo seriamente di perderle.
Mi veniva da pensare questo mentre guardavo il catalogo di Perle della Tuscia, azienda del Viterbese, Lazio. L’ho incontrata al Salone del Gusto, a Torino. Mi ha colpito in particolare la loro offerta di legumi. Capisco che, come dicono, “l’area a nord di Viterbo è stata caratterizzata nella storia da popolazioni che sono prosperate grazie alla facilità di coltivazione di leguminose, che hanno trovato nel territorio vulcanico della zona il terreno adatto alla propria crescita”. Vero. Ma non m’aspettavo una simile ricchezza. Hanno la lenticchia della Tuscia, la lenticchia di Onano, il cecio croccante, il fagiolo tondino del Purgatorio, il fagiolo solfino viterbese, i fagioli bruni amarantini dei Volsinii, l’orzo acquesiano.
Incredibile.
Meno male che esistono aziende così, che le nostre biodiversità le sanno ancora valorizzare.

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