Che equilibrio nelle confetture del monastero di Bose

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Faccio colazione con pane e marmellata, ma non sopporto la confettura che si presenti stucchevolmente zuccherosa e dolce. D’accordo, è buona regola, prima dell’acquisto, verificare quanta sia la percentuale di frutta utilizzata, e scegliere la più alta, ma ancora non basta. È infatti necessario che chi confeziona abbia il senso della misura e dell’equilibrio, sapendo compensare la dolcezza con l’acidità.

Ne ho trovare di buonissime, di confetture, al monastero di Bose, in Piemonte. O meglio, al monastero non ci sono mai stato, ma grazie al consiglio di un’amica che ci si è recata, ho navigato l’ecommerce della comunità monastica e ho fatto qualche acquisto, che ho già ripetuto.

Bene, quando dico che nelle confetture cerco l’equilibrio, un ottimo esempio di quel che intendo lo si trova nei prodotti a marchio Agribose, che vengono dal lavoro della comunità. Qualcuna di quelle confetture mi resterà memorabile, come quella di pesche bianche e stimmi di zafferano, spettacolare per avvolgenza. Oppure quella, granulosa e acidula, delle mele antiche della varietà grigia di Torriana, che localmente è chiamata anche “pum rusnent”, ossia “mela arrugginita” per via della buccia rugginosa. Ancora, quella inusuale e fruttatissima e golosa di “bergnole”, parole dialettale che identifica le piccole prugne, come le “ramassin” che si coltivano ancora da quella parti e che pare derivino dalle “dalmassin”, le prugne di Damasco. E che dire delle susine al ginepro? Semplicemente fantastiche.


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