Nel corso degli anni ho potuto analizzare le indagini di posizionamento relative ad alcune denominazioni di origine italiane, alcune più piccole, altre grandi qualche decina di milioni di bottiglie. Un dato che emerge, netto, in tutte, è che l’assaggio (gli analisti lo chiamano trial) è il vero stimolo che porta all’acquisto del vino e alla potenziale fidelizzazione del bevitore. Io non so che cosa dicano, al riguardo, gli esperti del marketing. So però che questa è l’opinione dei consumatori intervistati dalle società demoscopiche, e siccome ad acquistare il vino sono i consumatori, io mi fido della loro parola, soprattutto quando la parola che dicono è sempre la stessa: se assaggio un vino e mi piace, allora lo compro.
Ci pensavo uscendo da un incontro in un consorzio di tutela. Nella piazza antistante alla sede consortile c’era il mercato settimanale, tra i banchi c’era anche quello, molto fornito, di un venditore di formaggi. Mi sono avvicinato per vedere che formaggi vendesse (sono ghiotto di formaggio). Il commerciante mi ha domandato dei miei gusti e poi mi ha fatto assaggiare questo e quel formaggio che potessero corrispondervi. Erano tutti effettivamente molto buoni. Me ne sono andato con una borsa piena, sebbene non avessi alcun bisogno di comprarne. Mi ero comportato come dicono i consumatori intervistati nel corso delle indagini di posizionamento.
Io credo che questa cosa il mondo del vino se la sia man mano dimenticata, poiché si è ritenuto più profittevole concentrarsi sulla cosiddetta comunicazione, che poi non è altro che la vecchia réclame. La tendenza ha toccato l’apice con l’avvento dei social media. Si è pensato che bastassero quelli a far vendere il vino. Ma il digitale – lo dico da un convegno del 2003, e fui allora contestatissimo – per il vino ha il difetto grandissimo di appartenere a un mondo diverso, perché il vino è soltanto analogico: il vino per conoscerlo lo devo assaggiare. Qui si torna dritti dritti al punto di partenza, quello del banco di formaggio e delle indagini di posizionamento, elementi dai quali emerge chiaro che il vino che si compra è quello che si assaggia, e lo si compra soprattutto se si può acquistare dove avviene l’assaggio. Sennò si compra sempre lo stesso vino, finché non ci si stanca, e non se ne compra più neanche uno.
È vero che in giro per l’Italia ci sono mille manifestazioni del vino, nelle quali, di per sé, il vino è assaggiabile, ma in genere in quei posti non è acquistabile, oppure è scomodo farlo. Inoltre, molte iniziative o sono troppo esclusive, come certe anteprime, e dunque creano barriere, oppure vi prevale il senso della sagra, e dunque il punto d’interesse è la sagra, non il vino. Sono poche le occasioni nelle quali venga data l’occasione alla gente di assaggiare il vino dove lo si può comprare. Per esempio, nei supermercati. E qui si vede chiaro il limite dei piani di finanziamento pubblico che sovvenzionano la promozione dei vini. Per delle ragioni che posso anche comprendere, ma che non condivido, è escluso questo genere di attività. Io però, da contribuente, capisco ancora meno perché i soldi delle mie tasse vengano usati per fare quattro storielle generiche sui social media. Non c’è logica, qualcosa non torna. Io so che se il vino lo assaggio, posso anche comprarlo; se lo vedo solo su una figurina digitale, allora no.


