Non ho le competenze per commentare l’enciclica recentissima nella quale papa Leone XIV parla della “custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale“, però nel testo c’è un passaggio su cui mi vorrei brevemente soffermare, a costo di sembrare ingenuo o romantico, perché riguarda il linguaggio, e dunque la scrittura e la comunicazione, compresa quella del vino. È quello nel quale invita a “disarmare le parole“.
Mi piace quest’invito, e mi piace moltissimo com’è formulato: disarmare le parole. Spesso, infatti, le parole pronunciate o scritte alimentano involontariamente la cultura del conflitto. Succede anche nel mondo del vino. Per esempio, confesso di provare qualche disagio a leggere alcuni dei comunicati stampa che ricevo. Mi riferisco a quelli titolati con la medesima, ricorrente simbologia guerresca secondo cui questa o quella denominazione di origine “va alla conquista” di questo o quel mercato estero. Sì, lo so, è un modo di dire. Sì, lo so, non c’è alcuna volontà di offesa o di sopraffazione. Ma è proprio lì il problema: abbiamo metabolizzato la cultura del conflitto: mi turba questa formula belligerante dell'”andare alla conquista”, del “conquistare”. Parlare parole di guerra produce una cultura del conflitto. Invece, parlare parole di pace genera una cultura dell’incontro, della comprensione, della condivisione. Il vino nasce come strumento di incontro, di comprensione, di condivisione. Il vino dovrebbe farsi strumento di pace. Mi piacerebbe, dunque, che il vino parlasse sempre parole di pace, e credo sia bello che lo faccia in ogni momento, ma soprattutto adesso che i venti di guerra spirano per il mondo. “Al metodo della guerra, bisognerà sostituire il metodo della pace“, diceva Giorgio La Pira, e la sua frase è citata anch’essa nell’enciclica. Per favore, facciamo più attenzione alle parole. Disarmiamole. Usiamo le parole della pace, rinunciamo a quelle della guerra.

