La prima risposta che do regolarmente a chi mi chieda di indicare i gran cru del vino bianco in Italia è: Lapìo. Il comune di Lapìo è in Irpinia, Campania. Fa circa millequattrocento abitanti e nel suo territorio si producono alcune interpretazioni del Fiano di Avellino talmente caratteriali, cristalline e longeve da lasciarmi ogni volta profondamente affascinato. Ho solo un’osservazione, del tutto personale. Magari sbaglio, ma resto convinto che il giorno che da quelle parti si decideranno, finalmente, a confezionare il Fiano nella chiusura a vite – o almeno a fare “anche” quello -, la stella di Lapìo brillerà definitivamente luminosissima nel firmamento dei grandi bianchi del mondo. Credo anzi che il Fiano di Avellino fatto a Lapìo, proprio per le sue caratteristiche di tensione, di mineralità e anche di grande longevità, sia tra i vini bianchi che più avrebbero da beneficiare da un’oculata scelta della chiusura a vite e delle relative membrane. Ma queste sono solo – come ho detto – elucubrazioni mie, che di certo non pretendo vengano fatte proprie dai produttori.
Dal 2018, e quindi non da molto, nel novero dei migliori produttori del Fiano di Lapìo si è aggiunta una nuova azienda, quella di Laura De Vito, che ha bruciato le tappe, in virtù della scelta lungimirante di valorizzare le singole vigne. A Lapìo Laura De Vito gestisce infatti una dozzina di ettari nelle contrade Arianiello, Verzare e Sauroni, e vi fa nascere altrettante etichette di Fiano, oltre a un blend delle tre vigne. Comunque tutto Fiano e solo Fiano (la consulenza enologica è stata affidata a Vincenzo Mercurio, il quale dell’area è fine conoscitore), nessun altro vino. Brava.
Le vigne hanno un’età media intorno ai trent’anni. Per le bottiglie si utilizzano chiusure tecniche a tappo raso, e ho apprezzato che con la nuova annata, la 2023, sia stato fatto un upgrade tipologico. A Vinitaly ho potuto assaggiare proprio i quattro vini del 2023, che fu annata per niente facile. In ogni caso, la scelta di un lungo affinamento in bottiglia (venti mesi, dopo i nove in vasca d’acciaio sulle fecce fini) è coraggiosa, ma assolutamente premiante. Insomma, il tempo è il miglior alleato del grande Fiano di Avellino, e i vini lo dimostrano.
Fiano di Avellino Elle 2023. È il blend delle tre vigne. Come si usa dire, è “minerale”. Vino secchissimo e teso, ha il sale, netto, e un che di polvere da sparo. Un vino “d’ingresso” molto buono. (88/100)
Fiano di Avellino Arianiè 2023. Viene dalle uve coltivate in contrada Arianiello, dove ci sono forti escursione termiche giornaliere e venti costanti. I vigneti sono fra i 450 e i 550 metri di altitudine. La guida del Gambero Rosso gli ha dato i tre bicchieri. Li merita. Sapidità, tensione; pompelmo giallo, finocchietto e mentuccia, mandorle, tracce inconsuete di funghi champignon; lunghezza. (90/100)
Fiano di Avellino Verzare 2023. Però il mio preferito, tra i Fiano di Laura De Vito, è quello che viene dalla contrada Verzare. Ancora più teso, più sapido e più minerale dell’Arianiè. Direi quasi affilato. La vigna è a 550 metri, e il luogo è anch’esso ventoso e con grosse differenze di temperature tra giorno e notte. Ha il frutto della susina gialla, la regina Claudia, quando non è ancora del tutto matura, e quindi conserva una vena asprigna (è il momento in cui lo preferisco) e poi la clorofilla e i fiori alpestri. (93/100)
Fiano di Avellino Li Sauruni 2023. La vigna di contrada Sauruni è ancora un po’ più in alto. Il colore ricco dà l’idea di un frutto giallo più polposo, e l’assaggio lo conferma; purtuttavia, stupisce e convince la traccia rinfrescante del mandarino. Asciuttissimo e dritto, probabilmente ha bisogno di altro tempo per potersi esprimere nella sua pienezza arcigna. (89+/100)


