Camboi, la Malvasia Nera del Chianti

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Ogni tanto ricevo notizia delle splendide degustazioni di Malvasia che organizza Laura Riolfatto a Venezia. La Serenissima, del resto, aveva una passione sfrenata per le Malvasie, tant’è che in città ci sono una quindicina di calli intitolate a questa varietà d’uva e a questo vino. Praticamente ce n’è in ogni sestiere veneziano. Meriterebbe un premio, Laura, per l’impegno che ci mette a rinverdire il legame tra Venezia e la Malvasia. Ha perfino creato un format per le sue degustazioni e per le visite ai percorsi veneziani della Malvasia. Si chiama Malvasia Pop Up, mescola tavola, vino e cultura, con uno stile moderno ed elegante. Il baricentro è negli spazi dei _docks_ cantieri cucchini, a San Pietro di Castello, un vecchio cantiere nautico diventato luogo di cultura, poco di là dell’Arsenale.

Appena avuta la comunicazione delle nuove attività di Laura Riolfatto, mi è venuta voglia di stappare una Malvasia. In casa ne avevo una nera. Infatti, la Malvasia non c’è solo in versione bianca, ma c’è anche nera, o meglio, rossa. La Malvasia Nera che avevo in casa era quella toscana che porta il nome di Camboi ed è una piccola rarità. La fa il Castello di Meleto, in terra chiantigiana. Ci ha costruito sopra in progetto che non è solo vitivinicolo, ma, nuovamente, culturale: salvare e rinverdire le varietà meno diffuse è un’opera d’ingegno, che sfiora il sentimento.

Le prime vigne di malvasia nera al Castello di Meleto ci arrivarono negli anni Settanta. Fino agli anni Sessanta quello stesso pezzo di terra era destinato all’allevamento del bestiame (Camboi è la contrazione di Campo dei Buoi). È in quegli anni che, stando al racconto del sito internet del Consorzio del Chianti Classico, la malvasia nera arriva in zona dalla Puglia, trovandoci buona ambientazione. La si utilizzava come complemento per il sangiovese nella miscela del Chianti Classico. Oggi di malvasia nera ce n’è poca. Berne un vino ricavato in purezza non è frequente.

Il Camboi sa di fruttini neri, tutto succo: di mora e di bacca di sambuco, soprattutto. C’è un ricordo, poi, di mallo di noce e un filo sottilissimo di ginepro e di radice di liquirizia; un che, pure, di terra ferrosa e di torba bagnata, ma giusto una punta di spillo. Il tannino, invece, è setoso. Sta molto bene in tavola, non prevarica il cibo, lo accompagna, e al palato può apparire un po’ esile solo ai distratti, e invece è sì delicato, ma ben saldo e duraturo.

Toscana Malvasia Nera Camboi 2020 Castello di Meleto
(90/100)

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