Il vino bianco del giardino mistico

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“Sei ospite di una comunità vivente” si legge sulla brochure che viene consegnata a ciascun visitatore insieme a una cuffia stereofonica. Sono gli strumenti per un percorso di meditazione allestito dal Dicastero per la cultura e l’educazione del Vaticano nell’ambito della Biennale di Venezia. Ne scrivo perché quel percorso si dipana tra le vigne, e sì, dentro a Venezia ci sono anche i vigneti.

Nello specifico, il vigneto, di soli diciassette brevissimi filari, è quello del giardino mistico dei Carmelitani scalzi, nel brolo del monastero adiacente alla stazione ferroviaria di Venezia Santa Lucia. Contiene le varietà di vite recuperate in laguna dall’opera del tutto meritoria del Consorzio dei Vini di Venezia, il quale riunisce cinque diverse denominazioni di origine, ossia Venezia, Piave, Malanotte del Piave, Lison e Lison Pramaggiore. È il Consorzio stesso che dal 2014, l’anno dell’impianto, aiuta i frati a ricavarci due vini, un bianco e un rosso. Stefano Quaggio, direttore del Consorzio, mi spiega che sono costretti a portar fuori l’uva dal convento tenendola coperta dai teloni, per evitare l’assalto dei turisti incuriositi nel vedere transitare i carri colmi di grappoli tra i binari. Perché quella è la zona d’accesso dei turisti. Ma dell’uva e del vino parlo dopo.

Dicevo del giardino mistico. Si tratta, mi ha spiegato il priore del convento, padre Ermanno Barucco, di un vero e proprio giardino agricolo conventuale, nel senso che serve sia a ricavarci verdure e frutta per i frati (nonché la pregiata melissa moldavica, che in realtà non è una vera melissa, bensì la Dracocephalum moldavica, utilizzata per ottenere, dal 1710, la celeberrima e rilassante Acqua di Melissa dei padri Carmelitani scalzi), sia per meditare e per pregare (eccola qui la “comunità vivente” citata in apertura). Tant’è che la prima meditazione suggerita ai visitatori è quella relativa alla mutevolezza della vita, dato che il giardino, come la vita stessa, è in continua evoluzione, e chi lo frequenta ne può vedere solo l’istantanea del momento, che sarà già cambiata l’indomani, secondo il ciclo naturale delle fioriture e delle stagioni. La concettualità del giardino si ispira al “castello interiore” di santa Teresa d’Avila, riconosciuta come madre e fondatrice dall’Ordine dei Carmelitani scalzi. È, quel “castello interiore”, un itinerario dell’anima per chi si ponga alla ricerca di Dio, e si struttura attraverso sette passaggi di elevazione, che trovano simbolizzazione nel giardino mistico veneziano. Ora, non è questa la sede per approfondire, però l’osservazione, lenta, del giardino, ti sollecita alla riflessione, e così pure induce al pensiero il suo perfetto ordine geometrico e aritmetico, perché un percorso spirituale a che cosa dovrebbe servire se non a mettere ordine alla propria anima?

Nel periodo della Biennale quel percorso, già di per sé fascinosamente perturbante, si arricchisce di nuovi e ulteriori suggestioni, e sono le musiche che ascoltano in cuffia i visitatori, in quell’itinerario sonoro e meditazionale che ha il nome bellissimo di The Ear is the Eye of the Soul, l’orecchio è l’occhio dell’anima. A scriverle, a comporle, quelle sonorità, sono stati nomi importanti della musica contemporanea. Ne cito solo tre: Patti Smith, Brian Eno, Meredith Monk.

Però io scrivo di vino, soprattutto di vino, e allora dico che dopo la visita al giardino mistico assieme a padre Ermanno e a Stefano Quaggio, il vino del convento ho voluto provarlo, assaggiarlo, berlo. Dico “il vino”, al singolare, dato che nel negozietto all’uscita del convento il rosso risultava esaurito (le bottiglie sono, ovviamente, pochissime). Ho dunque acquistato una bottiglia dell’Ad Mensam, il vino bianco. Volete che vi dica subito com’è? È molto, molto buono.

Viene fatto con tutte le varietà bianche coltivate nel giardino mistico del convento. Ci sono, per esempio, la dorona, la bianchetta trevigiana, il grapariol, nonché, inevitabile, una malvasia, simbolo, quasi, della storicità vinicola della Serenissima. Ha una traccia aromatica serissima e sottile, che ricorda a tratti le uve bianche precoci che si mangiavano già da luglio in campagna e poi la mandorla e i fiori gialli, e un che di erbe officinali. Il sorso è compatto, polposo, eppure intriso di acidità e soprattutto di sale, e pure piccantino. Il nome che gli si è dato, Ad Mensam, per la tavola imbandita, è quanto mai adatto, essendo vino bianco gastronomicissimo e conviviale, e lo vedrei bene sulla cucina di pesce di laguna. Gran bell’esecuzione di un progetto che già di per sé è meraviglioso, ma così lo è ancora di più. E dunque giù il cappello per i Carmelitani e per questo Consorzio dei Vini di Venezia che dimostra come si possa fare davvero la cultura del vino, la quale, come da tempo insisto nel dire, è prima di tutto umanistica, e dunque spirituale, e solo dopo, inevitabilmente, anche materiale.

Al vino non do voto, essendo assai particolare, ma figuratevelo un voto piuttosto convincente. Quanto al prezzo, la bottiglia l’ho pagata 15 euro. Suggerirei di rivederlo al rialzo. Lo merita.

Vino Bianco Ad Mensam Ordine dei Frati Carmelitani Scalzi