Per legge, tutti i vini italiani che riportino una menzione geografica protetta, ossia i vini doc, docg e igt, prima di essere messi in commercio devono sottostare al processo di certificazione, la qual cosa significa che un organismo esterno autorizzato al controllo li deve valutare per verificare se risultino a norma rispetto alle previsioni del disciplinare di produzione. L’ente di controllo è indicato all’articolo 10 del disciplinare di produzione di ciascuna denominazione di origine. Il più grosso fra gli organismi di controllo italiani del vino è Valoritalia, che certifica più del 60% di tutto il vino a menzione protetta prodotto in Italia. Un colosso. Tra le grandi denominazioni italiane, non passano attraverso Valoritalia quelle veronesi (come Valpolicella, Soave e Bardolino, che si avvalgono di Siquria), quelle abruzzesi (Montepulciano d’Abruzzo in primis, che si serve di Agroqualità) e quelle siciliane (l’organismo di controllo della doc Sicilia è l’Istituto Regionale del Vino e dell’Olio).
Da poco è stato pubblicato l’Annual Report 2026 di Valoritalia, la cui lettura è interessante, perché di fatto dice com’è strutturato davvero il settore del vino italiano. Nel presentare il dossier, Francesco Liantonio, presidente di Valoritalia, ha osservato, infatti, che le prime quindici denominazioni certificate dalla società rappresentano l’81% dei volumi certificati, mentre i primi quattordici consorzi di tutela ne coprono l’83%. Quanto alle imprese imbottigliatrici, le prime cinque concentrano quasi il 19% dei volumi complessivi e le prime quaranta superano il 55%. E poi c’è chi insiste nel dire che il settore del vino italiano pecca in concentrazione.
Ovvio che, per quanto riguarda la concentrazione per denominazione di origine, a far la parte del leone sono i due colossi veneto-centrici, ossia il Prosecco doc, che è veneto e friulano, e la doc Delle Venezie (leggi Pinot Grigio), che è triveneta. Da sole, queste due doc cubano 900 milioni di bottiglie. Se ci si mettono assieme gli altri due Prosecchi, ossia Conegliano-Valdobbiadene e Asolo, si supera il miliardo.
Questo il quadro generale che si legge nei dati, ma io ho voluto fare, per sfizio, un esercizio un po’ diverso per capire come siano strutturate le filiere delle dieci principali denominazioni di origine. Ho dunque preso il totale delle bottiglie prodotte nel 2025 da ciascuna denominazione e le ho divise per il numero di campioni della stessa denominazione inviati a Valoritalia per l’analisi e la certificazione. Siccome i vini vengono imbottigliati per lotto, e ciascun lotto è sottoposto all’organismo di controllo, la divisione che ho fatto spiega se gli imbottigliatori procedano a imbottigliamenti molto grossi (tipici, in genere, degli industriali) oppure no. Ebbene, chi pensasse che al vertice c’è il Prosecco, sbaglia. Il Prosecco doc viene come secondo. La denominazione che imbottiglia i lotti più grossi è quella del Pinot Grigio delle Venezie.
Nel 2025 le bottiglie di Pinot Grigio delle Venezie prodotte sono state più di 226 milioni, a fronte di 867 campioni presentati a Valoritalia, il che significa che, mediamente, ogni lotto era pari a più di 260 mila bottiglie: un dato sorprendente, per dimensionamento. Il Prosecco doc, invece, è stato imbottigliato in quasi 673 milioni di pezzi, ma le certificazioni sono state 7.800 circa, il che vuol dire che in media ciascun lotto equivale a 86 mila bottiglie. Al terzo posto c’è il “sistema moscatista” piemontese. Dico così perché i dati dell’Asti e del Moscato d’Asti sono aggregati: ciascuno dei 1.247 lotti presentati a Valoritalia cubava, in media, quasi 69 mila pezzi, e che l’Asti abbia questo dimensionamento era facile da pensare, alla luce dei grandi marchi che lo imbottigliano. Quarto è l’Asolo Prosecco, con un media di 48 mila pezzi a lotto, davanti al Lugana, quinto con quasi 45 mila bottiglie per campione. L’Asolo non mi sorprende, essendo la denominazione consistentemente concentrata su un forte produttore, invece il Lugana mi lascia piuttosto stupito: non pensavo che ci fosse chi imbottiglia così tanto in un colpo solo, anche se questo è probabilmente da ascrivere alla domanda estera, e soprattutto tedesca, che il Lugana lo vuole già in primavera, e dunque c’è la corsa a imbottigliare rapidamente. Gli altri sono lontani. Conegliano-Valdobbiadene è intorno ai 27 mila pezzi per lotto, il Chianti Classico a meno di 17 mila, la doc Piemonte sotto i 16 mila, il Franciacorta intorno ai 14 mila, la doc Langhe neanche a 9 mila.
Come ho detto, è uno sfizio, un gioco, e non pretendo che dimostri alcunché, anche se qualche idea la fornisce. Osserva comunque il presidente di Valoritalia che esiste, nel settore, “una marcata frammentazione produttiva: oltre il 75% delle aziende imbottiglia meno di 500 ettolitri all’anno, confermando il ruolo fondamentale delle piccole e medie imprese nel preservare la ricchezza, la diversità e il radicamento territoriale che caratterizzano il patrimonio vitivinicolo italiano”. Quelle che qualcuno, da un po’ di tempo, descrive, sbagliando, come un problema.


