Quaranta volte Marinella

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Marinella Camerani, vignaiola in Val di Mezzane, nella parte orientale del territorio della denominazione di origine del Valpolicella, ha festeggiato nei giorni scorsi i quarant’anni di attività, e a me è venuto il magone, perché l’anno dell’inizio della sua avventura tra le vigne, il 1986, è anche quello nel quale incominciai a scrivere di vino. Di tempo ne è passato parecchio per entrambi.

A dire il vero, riguardo al vino quell’anno successero altre due cose, entrambe molto grosse, destinate a segnare la storia a venire, ossia lo scandalo, in Italia, del vino adulterato con il metanolo e l’ideazione, negli Stati Uniti, da parte di Robert Parker Junior, del sistema centesimale di valutazione del vino, e queste due cose, assieme, furono all’origine della svolta della viticoltura italiana, che da un lato imboccò la via della qualità e dall’altra si adattò in larga parte a quello stile “grosso”, il cosiddetto “internazionale”, che solo adesso incomincia a vacillare. Della trasformazione qualitativa, Marinella fu antesignana, di fatto iscrivendo la sua vallata e, assieme a pochi altri l’intera Valpolicella orientale, nel novero dei luoghi “importanti” del vino. Ricordo come fosse adesso la sera nella quale bevvi per la prima volta il suo Valpolicella Mithas. Ero in un ristorante che adesso non c’è più, nell’entroterra del Garda. Un vino così elegante io non l’avevo ancora mai bevuto, nel Veronese. L’annata era quella del 1988, la prima. L’88, per me, è stata una delle annate più belle che ci siano state in Valpolicella, una delle più eleganti, appunto. Marinella l’aveva interpretata in maniera perfetta. Quel vino l’ho ribevuto una manciata anni fa, dato che, grazie al cielo, ne avevo tenuta una bottiglia in cantina: ancora buonissimo.

Parlare di Marinella non è mica facile, e non è facile nemmeno parlare “con” Marinella, perché non è affatto raro che sia tranchant nelle proprie affermazioni, sebbene i toni che adopera sembrino meno duri, espressi, come sono, con quella tipica cantilena veneta che ha nella voce. Quanto meno, le va riconosciuto che dice quel che pensa, e spesso pensa “contro”, nel senso che vorrebbe, a volte, delle trasformazioni così radicali e rapide – come quella che fece lei nel 2002, folgorata da una conferenza di Nicolas Joly, e immediatamente convertita al credo biodinamico -, che finisce per mettersi quasi sempre in minoranza rispetto allo status quo. Dopo quarant’anni è ancora così, tant’è che il giornalista veronese Fabio Piccoli, autore del piccolo libro che lei si è “regalata” per la quarantesima vendemmia (si intitola “Radici scoperte”), la descrive, in quelle pagine, così: “Marinella non ha mai imparato davvero il linguaggio dell’accomodamento. Dice le cose. Le dice troppo presto, troppo chiaramente, troppo direttamente. E in ambienti che vivono di diplomazia interessata, questa è una colpa che si paga. Nel suo caso, la franchezza ha avuto un prezzo economico, relazionale, reputazionale”. Ecco, Marinella è così, prendere o lasciare. Lei e io ci lasciammo per un po’ di strada, perché avevamo caratteri che cozzavano reciprocamente, ma poi ci siamo ripresi, forse perché eravamo entrambi un po’ stufi di essere solitari.

Di vini ne fa parecchi, suddivi in tre linee diverse, quelle di Corte Sant’Alda (il marchio storico), di Adalia e di Podere Castagné. Siccome non voglio fare liste troppo lunghe di assaggi, mi concentro sui Valpolicella, perché sono convinto che Marinella, per questa tipologia, possa e anzi debba essere presa a modello di riferimento, capace com’è di fare dei vini che non si possono in alcun modo chiamare “base”, se non nell’accezione che sono davvero una solidissima base all’espressione più territoriale dei rossi valpolicellesi. “Io amo il Valolicella. Il Valpolicella è la mia anima che si rispecchia nel bicchiere”: così ha detto, mentre servivano i vini. Dunque, Valpolicella doc sia. Lei ne fa cinque.

Valpolicella Il Mangiabottoni 2025 Podere Castagnè. Prima che il nome di un vino, Il Mangiabottoni è l’intitolazione del ristorante veronese (l’osteria nascosta, dicono loro) gestito da una cooperativa sociale che si occupa, con le sue varie attività, di ragazzi con disabilità, integrandoli nel mondo del lavoro. Marinella ci collabora, ne è sostenitrice. Con i ragazzi e con i loro educatori fa questo vino nel podere che ha comprato a Castagné, nella parte già alpestre della Valpolicella. Io credo che il Podere Castagnè sia un vero e proprio cru. I vini che vengono da là hanno un carattere tutto loro: freschezza, slancio, vitalità, fruttini aciduli, colori chiari, luce tagliente; assoluta bevibilità. Dodici gradi alcolici. Mettete in frigo questo vino e bevetelo d’estate. Irresistibile. (90/100)

Valpolicella Laute 2025 Adalia. Tinta chiarissima, vagamente aranciata. Il vino è dapprima terroso e un po’ umorale; dopo affiorano i ricordi gradevoli delle erbe di prato e dei fruttini di siepe. (85/100)

Valpolicella Cà Fiui 2024 Corte Sant’Alda. Un Valpolicella che ha costruito l’epopea del Valpolicella e continua a farla, primo a essere tratto da una vigna dedicata esclusivamente al Valpolicella (in genere, dal medesimo vigneto di uve valpolicellesi si traggono più vini, quanto meno Valpolicella, Ripasso e Amarone, mentre in questo caso si fa solo il Valpolicella). Rosso tutta finezza e frutto tondo (la ciliegia, la marasca, insomma ciò di cui deve sapere un Valpolicella). Direi che si tratta di una delle migliori versioni del Cà Fiui. (95/100)

Valpolicella Superiore Poderecastagne 2021 Podere Castagnè. Quando uscì la prima annata, quella del 2018, non mi feci remore a scrivere che si trattava – mi autocito – di “un punto di svolta definitivo nell’interpretazione dei rossi della denominazione di origine della Valpolicella. Me lo conferma questo 2021, per il quale l’elenco descrittivo dei profumi occuperebbe mezza pagina. Ne dico alcuni: arancia rossa, chinotto, bitter, mallo di noce, rosmarino, assenzio, amarena, noce moscata, albicocca. Mi fermo, sennò chissà dove vado a parare. C’è, poi, freschezza, vividezza, bevibilità. La mia idea di un grande Valpolicella di territorio. (96/100)

Valpolicella Superiore Mithas 2018 Corte Sant’Alda. Fu il mio primo innamoramenrto, resta un gran vino anche nelle annate recenti. È il Valpolicella della sontuosità. Sontuoso il tannino, sontuoso il frutto, sontuoso il gusto. Va avanti per la propria strada e si conferma nel tempo. (90/100)