Che sia la volta buona per i piwi nelle doc?

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Nei giorni scorsi sono state presentate al pubblico sette nuove varietà di quelle viti che si usano chiamare piwi, acronimo della parola tedesca Pilzwiderstandsfähig, che significa “viti resistenti alle malattie fungine”, ossia principalmente alla peronospora e all’oidio. Per le varietà tradizionali, queste due malattie richiedono decine di trattamenti fitosanitari annuali. Invece, le varetà piwi, essendo quasi immuni dai danni provocati dai funghi, necessitano di un numero molto basso di trattamenti, a vantaggio della salubrità della campagna, della salute dei viticoltori e anche dei conti economici di chi fa l’uva e il vino e di chi lo compra, stante che meno trattamenti vogliono dire meno spese, e dunque anche – si spera – meno rincari sul vino.

Le sette varietà – questa è la novità – sono tutte discendenti della glera, l’uva con cui si fa il Prosecco. Quattro sono state ottenute dall’azienda vivaistica friulana Vcr – Vivai Cooperativi Rauscedo, e tre dalla sede di Conegliano del Crea, il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria. I vivaisti, stando a quanto ho letto, dovrebbero averle pronte per la vendita dalla fine del 2027. La domanda è chi le comprerà, e perché.

Faccio questa domanda in maniera provocatoria, dato che per il momento il quadro normativo italiano attuale del settore vitivinicolo non consente l’utilizzo delle varietà piwi per produrre vini a denominazione di origine. Dunque, se restassero immutate le norme correnti, chi piantasse queste vigne da Prosecco non potrebbe utilizzarne l’uva per fare il Prosecco, ma semmai dei vini Igt concorrenti del Prosecco.

Siamo alle solite: in Italia la ricerca viticola e la tecnologia enologica fanno passi da gigante nell’ideazione di soluzioni innovative per la viticoltura e per il vino e invece la burocrazia viaggia col freno a mano tirato. Vale per le regole che riguardano i sistemi di confezionamento dei vini, ferme a un’epoca arcaica, vale per la viticoltura. Anni fa, l’allora ministro del Tesoro Giuliano Amato definì il sistema bancario italiano una foresta pietrificata, poiché era governato da una normativa non più adatta ai tempi. Oggi si può dire la stessa cosa delle norme italiane sul vino. A dire il vero, io non sono felicissimo di com’è andata con le banche, però per il vino sono più fiducioso.

Ho speranza che finalmente qualcosa cambi perché qui si parla della glera e del Prosecco. Insieme, le tre denominazioni del Prosecco vendono circa ottocento milioni di bottiglie l’anno. Se i produttori di Prosecco chiederanno di usare le uve piwi, dubito che la politica potrà far finta di niente.

Vuoi vedere che il Prosecco sarà in grado di fare quello che sin qui è sembrato impossibile, aprendo nuove prospettive al modo di fare la viticoltura? Se poi questa possibile – io dico probabile – rivoluzione viticola facesse in modo che i legislatori italiani liberalizzassero tutto lo scenario normativo, incluso l’uso dei tappi e dei contenitori da vino, allora il beneficio sarebbe ancora maggiore. Non per il Prosecco solo. Per tutto il vino italiano.