Il rispetto della natura è una filosofia di vita

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Mi fa piacere constatare che ci siano, nel mondo del vino, proprietà molto grandi nelle quali si percorre convintamente la via del rispetto dei suoli e delle vigne come scelta di vita, e che si perseveri lungo questa strada anche adesso che qualcuno ha incominciato a ripensarci, sotto la pressione del cambiamento climatico. “Sono cresciuto tra ulivi, vigne e raccolti. Rispettare la natura e pensare in modo sostenibile significa applicare comportamenti e stili di vita che io e la mia famiglia abbiamo deciso di adottare: non è un metodo di lavoro, ma una filosofia di vita” dice Stefano Casadei, che ho incontrato a Vinitaly nello stand delle sue tenute viticole, unite sotto il nome di Famiglia Casadei.

Pur trattandosi, Famiglia Casadei, di una realtà di peso, non la conoscevo. Mi ci sono affacciato grazie a un invito che ho ricevuto dal loro ufficio stampa e, in particolare, ho avuto modo di assaggiare alcuni loro vini con Elena Casadei, che è figlia di Stefano e di Anna Baj Casario, i quali diedero avvio all’impresa di famiglia negli anni Novanta, quando presero la gestione di Castello del Trebbio, tenuta acquisita nel 1968 dai genitori di Anna. Ci avviarono, allora, un processo di rinnovamento, e direi di ripensamento, che portò dapprima al ridisegno concettuale del vigneto, e poi all’estenderlo ad altri territori, cosicché adesso Stefano, Anna, Elena e gli altri due figli, Lorenzo e Laura, si occupano di quattro diverse proprietà fra la Toscana e la Sardegna. Insieme al Castello del Trebbio, che è a Pontassieve, nella zona del Chianti Rufina, ci sono, infatti, la Tenuta Casadei a Suvereto, in Alta Maremma, Tenuta Olianas nell’entroterra sardo nella zona del Sarcidano e Terre di Romena, ultima acquisita, nel Casentino. A guidare le pratiche di vigna e d’impresa è un manifesto in dieci punti, elaborato da Stefano nel 2013, nel quale trovano integrazione l’agricoltura biologica e biodinamica (nello stand campeggiava il marchio Demeter), la sostenibilità energetica, la conservazione architettonica e culturale, la responsabilità sociale e la ricerca scientifica. Bello. Chi lo volesse leggere, lo trova sul sito aziendale, e può raggiungerlo cliccando qui.

Ovvio che non ho assaggiato tutto ciò che producono. Il catalogo è impegnativo, e nelle fiere di solito domando che mi facciano provare solo due o tre vini, quelli che ritengono significativi per chi si avvicini per la prima volta all’azienda. Inoltre, sono un chiacchierone, e più che assaggiare mi piace conversare, per cercare di capire fino in fondo se  i produttori ci credono davvero a quel che mi raccontano. Dalla conversazione con Elena sono uscito rinfrancato, ed è il motivo della soddisfazione espressa in apertura di questo pezzo.

Ora, vengo ai vini che ho provato.

Toscana Viognier Filare 23 Tenuta Casadei. Elena ha deciso di aprire gli assaggi con il Viognier che fanno a Suvereto, annata 2024. Era un progetto già avviato dal padre, che poi però l’aveva abbandonato, perché gli pareva di non trovare il modo di equilibrare il legno. Senonché, durante il lockdown del 2020, in famiglia stapparono una bottiglia del 2012, e il vino aveva equilibrio, così decisero di riprovarci. Ha frutto denso, com’è tipico del viognier dei climi caldi, e però anche una bella florealità, che sa d’estate. Quando ho chiesto a Elena perché, secondo lei, dovrebbe piacermi questo vino, mi ha risposto proprio così: “Perché io mi ci tufferei dentro con il naso”, ed è una bella risposta. Secondo me, va atteso un paio di anni, e andrebbe bevuto mai freddo, anche se loro, sul sito aziendale, danno indicazione di servirlo a temperatura più bassa. (88+/100)

Cannonau di Sardegna 2024 Le Anfore di Elena Casadei. Poi ci siamo idealmente spostati in Sardegna, con un Cannonau fatto in anfora. “Stravedo per il mio babbo – mi ha confidato Elena -, ma io sono testarda, ho incontrato l’anfora, me ne sono innamorata e mi ha aiutato a imparare a gestire le fermentazioni spontanee”. Ora c’è dunque una linea di vini che si chiama Le Anfore di Elena Casadei, trasversale alle diverse tenute. “Però prima c’è la varietà, c’è il frutto, e poi c’è l’affinamento”, dice Elena, e come non darle ragione? Il frutto, in effetti, è succoso, e il tannino è vivido e rugoso, come mi piace che sia. Ha profumi inebrianti di mirto, descrive la varietà e il territorio. (90/100)

Chianti Rufina Riserva Vigneto Lastricato Terraelectae 2020 Castello del Trebbio. Adesso, eccomi in casa madre. Per me, uno dei grandi misteri del vino italiano è come mai il Chianti Rufina non sia valutato come dovrebbe, ossia come un grande vino identitario. A me strapiace quella sua vena indomita e terragna, che sa di sangiovese e di freschezza, e chiama il cibo e il conversare. Questo vino, che pure in parte passa per l’anfora, spiega perché. “Sarò sincera, la trovo un’annata un po’ sul frutto. Faceva tanto caldo”, dice Elena, ma a me quel frutto non dispiace affatto, dato che è figlio della stagione, e qui è benissimo integrato dal tannino, tanto che il succo esce man mano, e si apre adagio, e si concede, e accompagna il sorso, ed è un gran piacere. Ecco, una bottiglia del genere vorrei bermela una sera che imbrunisce, di tardo autunno, e il mondo, là fuori, vada come vuole. (94/100)