Il nome completo è Cantina dei Produttori Nebbiolo di Carema, anche se nel parlato quotidiano si usa dire “la Cantina di Carema”. Dentro al nome c’è tutto, c’è Carema e c’è la sua uva e c’è il fatto di essere una piccola, ma proprio piccolissima cooperativa tra produttori, che quell’uva e quelle terre le ha tenute vive mentre c’erano lo spopolamento e l’abbandono. Era il 1960 quando si misero assieme. Oggi i soci sono un centinaio, e in tutto gestiscono appena quindici ettari, che là a Carema, al confine estremo del Piemonte, sono comunque tanti, ben più della metà dei venticinque totali della denominazione di origine. Fazzoletti di terra e di roccia.
Fanno, in Cantina, solo cinquantamila bottiglie. Se oggi il Carema è una delle gemme più splendenti del vino italiano, lo si deve anche e forse soprattutto a loro, che hanno resistito, quando le vigne rischiavano la fine. Se trovassi un genio della lampada come quello delle fiabe, il desiderio che gli chiederei di assecondare è di darmi un pezzetto di vigna a Carema, e di poterci fare vino. Perché ha, quel nebbiolo, che là chiamano anche picotendro, profumi e colori così delicati, da infonderti subito nell’anima l’idea di montagna, e sono, quelle vigne strappate al fianco del monte, quei terrazzamenti così ripidi, quei piloni di pietra che tengono sospese le pergole di legno di castagno, dei monumenti al lavoro, un’ode all’attaccamento alla terra.
Ricordo qualche anno fa, quando mi recai alla Cantina di Carema per comprare il loro vino. Ne avevo varie annate a casa, me ne mancavano tre per fare una bella verticale. Due erano in vendita, la terza esaurita. Dissi al cantiniere il motivo della mia visita, senza spiegare che fossi un giornalista, che mi occupassi di vino. Mi domandò se potessi ripassare fra un’ora. Andai a fare una passeggiata tra le vigne, godendomi quei panorami meravigliosi. Dopo un’ora trovai la bottiglia che mi mancava: era andato a casa a prenderla fra le sue personali, non volle neppure che gliela pagassi. Se non è amore per Carema questo, ditemi allora cos’è.
Tutto questo per introdurre l’assaggio delle annate correnti della Cantina, che ho potuto assaggiare al tavolino che avevano a Vinitaly. Me le ha presentate un socio della cooperativa, Tiziano Peretto. Quando parlava dei vini gli brillavano gli occhi.
Stupirà, forse, che incominci con uno spumante, che con la denominazione non c’entra, ma con la sussistenza dei viticoltori sì, perché là a Carema l’uva è così poca e la vigna così difficile da coltivare, che non si può sprecare nulla, e allora coi frutti dell’ultimo diradamento prima delle vendemmia hanno deciso di farci un metodo classico rosé. L’avevo già assaggiato qualche anno fa, mi era piaciuto. Ho voluto riprovarlo.
Spumante Metodo Classico Brut Rosé Lunaeuva. Non è millesimato, anche se l’uva è tutta del 2022. Colore rosa antico che vira verso la buccia dell’albicocca matura. In bocca l’indole del nebbiolo di montagna emerge in una trama tannica inaspettata in un metodo classico, e il frutto è succosissimo. Davvero molto buono. (90/100)
Carema 2022. È quello con l’etichetta netra, in bottiglia borgognotta: poi capirete perché lo specifico. Rubino scarico, cristallino e luminoso, tracce aranciate. E che buono! Rarefatto, floreale. Reca in sé, dipinte all’acquarello, le tracce di terriccio dei boschi, il fogliame autunnale, la liquirizia, i petali di rosa disidratati. La luce di montagna. Sul sito della Cantina è in vendita a 16,50 euro. Acquistarlo a quel prezzo è uno dei migliori affari che un bevitore di vino possa fare, in assoluto. (93/100)
Carema Riserva 2021. Che poi non è costosa nemmeno la Riserva 2021, in vendita on line a 23 euro, ed è un gioiello di nebbiolo austero. La tinta è rugginosa, arcaica, leggera. Subito la liquirizia, poi tabacco nero e torba, ma con delicatezza. Rustico ed elegante insieme, che detto così sembra un ossimoro. Sale. Tessitura del tannino finissima. Dà soddisfazione, a sorsi piccoli. (94/100)
Carema 2020. Questa è una selezione che esce tardiva, in bottiglia bordolese anziché borgognotta: non ha un nome particolare, per cui bisogna rifarsi al colore e alla forma, come dicevo sopra. Il colore dà sull’aranciato, lo stesso delle lamine di rame. Profumi deliziosamente decadenti, fogliame e petali essiccati. Ha tanto sale, fa salivare a lungo, chiama il cibo montanaro. Mi pare che venga a poco più di una trentina di euro. (91/100)
Dei vini ho detto, dei prezzi anche. Aggiungo due note su Carema e sul modo di berne il vino. Su Carema dico che bisogna assolutamente andarci. C’è un bel sentiero che consente, a passo lento, di vedere dall’alto tutti i vigneti, e sono uno spettacolo. Sul modo di berlo, riporto quel che scrive la Cantina sul suo sito, perché lo condivido del tutto: “Il Carema è particolarmente adatto all’abbinamento con arrosti, selvaggina, carni rosse, formaggi stagionati non piccanti o come vino da ‘caminetto’. Ben si addice a fine pasto con noci e frutta secca“. Io lo bevo alternandolo proprio alle noci, senza fretta. Perfetto.


