Ridurre le rese di uva per ettaro è un’arma spuntata

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“Ogni singolo territorio dovrà gestire la propria produzione di uve in funzione della richiesta del mercato. Una regola fondamentale di ogni mercato è che l’offerta non deve mai superare la domanda, altrimenti il sistema non regge”. L’affermazione è del presidente di Assoenologi, Riccardo Cotarella, e si legge in un comunicato stampa dell’organizzazione che riunisce gli enologi e gli enotecnici italiani, rilasciato al termine dell’incontro avvenuto a Palazzo Chigi con il Ministro dell’agricoltura Francesco Lollobrigida.

Bene, ma anche non tanto bene.

È certamente un bene che una delle massime realtà associative del vino italiano ricordi al settore che il mercato è regolato dalla domanda e dall’offerta. Sembra ovvio che degli imprenditori questa cosa la debbano sapere, ma il mondo del vino difetta di imprenditorialità, e dunque è essenziale che i fondamentali gli siano rammentati.

Non va del tutto bene, invece, perché secondo me quella della regolazione di mercato tramite il taglio delle rese di uva per ettaro è un’arma spuntata, e quel che è peggio è che si tratta dell’unico strumento a disposizione dei consorzi di tutela, che quindi non sono nelle condizioni di operare in maniera efficace.

Molti disciplinari di produzione prevedono, all’articolo 4 (quello in cui vengono determinate le norme di produzione), che i consorzi di tutela, sentite le organizzazioni di categoria, possano proporre alla loro regione di stabilire, prima della vendemmia, un limite massimo di utilizzazione di uva per ettaro inferiore a quello fissato dal proprio disciplinare. Vuol dire che se le vendite sono in declino e i prezzi di conseguenza si abbassano, i consorzi possono provare a sostenere le quotazioni facendo mancare il vino per mezzo dell’abbassamento della quantità d’uva utilizzabile per fare la doc. Per la legge della domanda e dell’offerta – quella menzionata da Assoenologi -, riducendosi l’offerta, a parità di domanda il prezzo dovrebbe quanto meno stabilizzarsi. Io la ritengo una mossa illiberale, ma questa sola è disponibile, e dunque la si usa. Però usarla può dimostrarsi una soluzione efficace nel breve termine, ma mai nel medio-lungo, perché i buyer sanno che comunque il potenziale c’è, e pertanto non accettano rincari; si riesce a malapena a frenare la picchiata.

Non solo. Spesso, in termini di produzione globale di vino, emanare un decreto di riduzione delle rese equivale a spazzare la polvere sotto al tappeto. Infatti, se il disciplinare prevede, che so, che una doc abbia un massimale di 120 quintali di uva per ettaro e prima della vendemmia il consorzio stabilisce che solo 100 potranno dare vino doc, non è che i 20 quintali in più vengano buttati via. Se c’è un’altra doc che insiste sulla stessa zona, quei 20 quintali vengono rivendicati per l’altra doc (nel gergo degli addetti ai lavori quest’operazione si chiama “scelta vendemmiale”), oppure quei quintali di uva vengono dirottati a fare vino igt, se c’è una igt del territorio. Male che vada, diventano vino generico. Questo vuol dire che se, come si usa dire, è la somma che fa il totale, la quantità di vino prodotto da quella vigna resta uguale a prima. Dunque, se per la doc che traballa può arrivare un pelino di ossigeno, per il sistema vino nel suo complesso non cambia assolutamente nulla.

C’è poi un problema non da poco, che rischia di rendere addirittura nociva la decisione di ridurre le rese per ettaro ammesse a doc. Stanti le norme attuali, i tagli, infatti, colpiscono tutti i produttori in maniera indistinta, a prescindere che l’azienda vada bene sul mercato oppure no, cosicché le cantine più virtuose, quelle che non hanno problemi a vendere il vino, sono le più penalizzate, perché gli viene a mancare una quantità di prodotto, che invece sarebbero in grado di vendere con facilità. La conseguenza è che viene azzoppata la reputazione di tutta la denominazione, dato che ci saranno meno bottiglie di pregio in circolazione, a discapito della percezione complessiva della doc. Si tratta, di un palese controsenso. Quanto meno, occorrerebbe che le norme nazionali venissero modificate per consentire di esonerare dal taglio lineare quei produttori che negli anni precedenti (un biennio, per esempio) abbiano registrato un quantitativo di vino imbottigliato pari o superiore al quantitativo rivendicato. Sono dati che tutti i consorzi di tutela hanno a disposizione tramite le relative società di certificazione della doc, ma che non possono utilizzare, perché non c’è una norma che consenta loro di farlo. Io spero che Assoenologi intenda anche questo nel fare riferimento, nella titolazione del proprio comunicato stampa, alla necessità di mettere in atto una riduzione della produzione “in modo selettivo”. E comunque insisto nel dire che abbiamo un quadro normativo antistorico, e sarebbe uno spreco non utilizzare la grande attenzione pubblica sul comparto vitivinicolo che si è instaurata con il dibattito sui dazi per ammodernare le norme di settore.