No, il biologico non ci pensano nemmeno di abbandonarlo. Mi ha risposto così Francesca Vaira, quando le ho chiesto se anche loro, nell’azienda di Barolo che porta il nome di G.D. Vajra, cento ettari di vigne in totale, avessero valutato di smettere per via del clima impazzito, come stanno annunciando uno dopo l’altro molti loro colleghi in giro per l’Italia. Ero curioso della loro opinione, perché sono stati tra i pionieri del biologico, Aldo Vaira ne ha adottata la metodologia addirittura nel 1971. Francesca mi ha detto che fare biologico è una scelta di vita, e loro quella scelta l’hanno fatta, ne confermano le ragioni e ne vedono anche il risultato nei vini.
Gliel’ho domandato a margine di una degustazione dei sei Barolo fatti dalla famiglia nel 2022. A dire il vero, i sei Barolo di G.D. Vajra li ho assaggiati per due volte nel giro di tre giorni. Prima prendendone una piccola parte col Coravin e poi aprendo definitivamente le bottiglie nel corso di una cena con amici. L’esito è stato identico, c’è stato un consenso generale sulla finezza dei vini, con preferenze diverse fra l’uno e l’altro cru, com’è logico che sia, secondo il gusto e la propensione di ciascun bevitore. Siamo stati tutti concordi, inoltre, sul fatto che l’alcol fosse perfettamente integrato, ma su questo punto devo aprire una parentesi. Da anni non spendo più tempo ad annusare i bicchieri di vino. Do giusto un’annusata velocissima per capire se ci siano difetti palesi, e in tal caso non procedo con l’assaggio. Se non trovo grossi difetti, attingo un sorso di vino dal bicchiere, perché tanto i profumi si sentono anche da dentro la bocca. Però faccio subito un’altra selezione: elimino i vini nei quali prevalga la zaffata dell’alcol o il bruciore alcolico. Nei vini cerco l’equilibrio, non l’alcol. Se l’alcol è bene assorbito nel vino, mi soffermo sul resto, e cerco di farmi l’idea più completa e personale che posso. Solo dopo guardo l’etichetta. Questo per dire che sono rimasto enormemente sorpreso nel notare che tutti e sei i Barolo prodotti da G.D. Vajra nel 2022 indicano sull’etichetta il quindici per cento di presenza alcolica: tutto quell’alcol non l’avevo proprio avvertito, segno di un equilibrio straordinario dei vini, sebbene la 2022 di Langa – e non solo di là – sia stata un’annata estremamente difficile, dal lato proprio dell’equilibrio. Troppo, troppo caldo, e l’uva rischiava di avvizzire in vigna. Eppure qui il miracolo è servito.
Per essere precisi, più che un miracolo, si tratta del frutto del lavoro. Nel 2022, col sole che spaccava i sassi, i Vaira e i loro collaboratori nanno lavorato sui tralci per fare in modo che la vigna badasse solo al frutto. Hanno gestito la chioma in modo tale che l’uva non si scottasse, che si evitasse l’evaporazione dei grappoli, e che non si rischiasse di perdere la pruina, che copre gli acini “come una crema solare”. In cantina, la cernita è stata ancora più radicale che nelle annate precedenti, per evitare che si pigiassero acini bruciati. Poi, macerazioni lunghe, per preservare quello che Francesca ha ripetutamente chiamato “il senso del luogo”. La filosofia che li ha guidati è la stessa di sempre. La compendio, in ordine sparso, in una serie di sottolineature che ha fatto sempre Francesca durante la conversazione. Mai adagiarsi, in viticoltura, a imitare quello che fa il vicino, di chiunque si tratti, ma lavorare secondo quel che chiede il proprio vigneto. Osservare la natura, adattarsi, mai ascoltare il proprio ego. Mai farsi prendere dall’ansia di vendemmiare, perché si porterebbero a casa tannini verdi e si abbatterebbe la complessità aromatica. Aspettare con pazienza gli sbalzi termini. Valorizzare le altitudini e le vigne vecchie, coi loro apparati radicali più sviluppati delle altre viti. Curare l’assoluta pulizia dei vini. Imbottigliare vini secchi, come voleva nonno Carlin, quando parlava al nipote Aldo Vaira del momento giusto per mettere in bottiglia il Barolo. Obiettava tutte le volte che “è dolce, è dolce, è dolce”, e procrastinava sine die, fino al giorno che, finalmente, il vino era secco. I grandi vini – passiti a parte, ovviamente -, sono secchi, e si devono poter bere.
Francesca tutte queste cose le ha dette col sorriso sulle labbra. Ora che mi accingo a scrivere dei vini, mi viene in mente che sembrano sorridere anche loro, da tanto sono luminosi.
Barolo Albe 2022. Viene dall’assemblaggio di tre vigne. Nasce come un Barolo che sia bevibile da tutti, sia per prezzo che per stile. Nel suo genere, è un capolavoro. Succoso, con certi guizzi di arancia tarocco e di pomodoro San Marzano. Erbe alpine. L’approccio è di una confidenzialità disarmante. Un vino di straordinaria attualità, adattissimo alla tavola contemporanea. (94/100)
Barolo Coste di Rose 2022. Siamo a Barolo, e questo vino propone una prospettiva barolista classica, con la liquirizia e il tannino che si prendono subito la scena, mentre, sul fondo, man mano si fanno avanti i petali essiccati delle rose e, lievi, certe vene officinali, che senza dubbio si faranno via via più presenti nell’evoluzione. L’austerità portata in bottiglia. (90/100)
Barolo Ravera 2022. Ravera, nel comune di Novello, è tra i miei cru preferiti, e in questo vino trova conferma la mia indole raverista. Sembra di camminare in piena estate in un giardino di erbe officinali. Il tannino è serio senza essere severo, il pizzico di sale allunga il sorso. La pienezza del frutto che proviene dalle argille, dalle marne. Molto buono, e destinato a crescere ancora. (96/100)
Barolo Bricco delle Viole 2022. Vino di una meravigliosa austerità. Carne secca, tracce ematiche, tannino avvolgente, erbe aromatiche essiccate (l’origano, soprattutto). La vena salmastra, quasi da acciuga salata, accompagna il sorso e lo porta, gradualmente, verso la classicità della radice di liquirizia. Poi, quando quasi non l’aspetti più, l’esplosione del frutto. Il cru è a Barolo. (93/100)
Barolo Baudana Luigi Baudana 2022. Potrei dire che il Baudana è il “mio” Barolo. Possiede quell’invidiabile senso di serena autorevolezza che hanno i vecchi contadini dalle mani callose per gli anni trascorsi nelle vigne. Tracce rugginose intrise di sale, come un vecchio arnese marinaresco abbandonato sulla battigia. Chiede il sorso lento e riflessivo, la quiete. Siamo a Serralunga d’Alba. (97/100)
Barolo Cerretta Luigi Baudana 2022. Ancora Serralunga. Frutto, fiore, dinamicità. Se il Barolo, come dice il titolo di un libro bellissimo di Nico Orengo (tra i miei libri del cuore della narrativa italiana degli ultimi trent’anni), è questione “di viole e di liquirizia”, allora ecco l’archetipo del Barolo. Dice Francesca che ha la “capacità di andare dritto al punto”. Sintesi perfetta. (96/100)


