Andrea e Ivano Brunelli sono entrambi nell’età dei quaranta, più giovane Andrea, una manciata d’anni più avanti Ivano. Hanno una piccola cantina che si chiama Corte Bravi. Coltivano le vigne di famiglia a Gargagnago, nel comune di Sant’Ambrogio di Valpolicella, zona classica. Le vigne, tutte condotte da sempre a pergola come si faceva in passato (e come molti stanno, grazie al cielo, tornando a fare), le acquistarono, in corpo unico, sul finire degli anni Ottanta i genitori. Gli ettari sono quattro e mezzo, e i vigneti sono disposti in una sorta di piccolo anfiteatro dietro casa, rinfrescato dall’aria che scende dai monti. Papà Gianluigi ha dato carta bianca ai figli, e loro si sono avventurati nel produrre dei vini assai poco interventisti. Mettono in commercio, in tutto, trentacinque-quarantamila bottiglie l’anno, metà nelle denominazioni della Valpolicella.
Andrea mi racconta che, a dire il vero, erano partiti con l’idea di fare solo i rossi di Valpolicella, ma in campagna c’era anche qualche uva alloctona, e quella non la volevano mischiare, per cui hanno deciso di farci un rosso bordolese; e poi c’era troppa voglia di sperimentare, e si sono cimentati con una corvina in purezza e con un metodo classico di corvinone. Con la rondinella e con la molinara, inoltre, ci producono anche un bianco, che hanno chiamato Timido. L’hanno fatto, mi dice sempre Andrea, perché la mamma voleva un bianco da bere in casa, e siccome uva di uva bianca non ne coltivano, hanno vinificato in bianco le varietà meno colorate (io credo da parecchio tempo che la rondinella vinificata in bianco sia molto più interessante che vinificata in rosso).
Insomma, Corte Bravi è una specie di cantiere, con le anfore di terracotta che prendono via via sempre più spazio, e in effetti sono convinto che sulla corvina la terraccotta, il cemento e il gres abbiano un eccellente impatto, soprattutto in quanto a definizione del tannico. È un cantiere, però, nel quale ho ricevuto l’ulteriore conferma che il futuro della Valpolicella è nel passato, ossia nel fare dei vini secchi, che semmai, se si vuole la dolcezza, c’è sempre il Recioto, che pochi ormai fanno, e grazie al cielo a Corte Bravi se ne fa. Insomma, per me qui si sta dando compimento a quella sorta di austerità creativa che vedo affiorare, qui e là, in Valpolicella, e che dà vita a dei vini che, liberati dall’ossessione delle tecnica, sanno sempre più di territorio. La prova è nel Valpolicella Superiore 2022 di Corte Bravi. Incomincio proprio da quello la descrizione dei vini che ho assaggiato da loro.
Valpolicella Classico Superiore 2022. Austero e secco, mi ricorda i Valpolicella “da arrosto” di molti anni fa, quelli “storici”, che c’erano prima del successo dell’Amarone. Parlo dei Valpolicella degli anni Settanta, e anche dei decenni precedenti. Il succo – la ciliegia – si fa avanti pian piano, e si intride di memorie officinali – il timo, l’origano, il mirto – e di spezia – la cannella, il pepe nero. Non abbiate fretta di berlo, sorprenderà nel tempo. Se comunque lo bevete adesso, scegliete la via della lentezza, lasciate che si esprima nel bicchiere. Corvina, corvinone, rondinella, oseleta, tutte molto mature in pianta; ottanta per cento di affinamento in anfora, il resto in legno esausto. (92/100)
Amarone della Valpolicella Classico 2019. Secco anche questo, meno di un grammo di zucchero residuo. L’appassimento si avverte nei profumi di uva disidratata, di erbe essiccate; nell’accenno di potpourri, nelle spezie. “L’Amarone io lo voglio secco, e voglio secchi anche tutti gli altri vini, non superiamo mai il grammo di zucchero, a parte il Recioto”, dice Andrea. Come si fa a non essere d’accordo? C’è un quindici per cento di molinara, cosa rara. (93/100)
Amarone della Valpolicella Classico 2021. Si sta ancora affinando in bottiglia. Gioca la carta dell’eleganza, l’annata lo consente. Il frutto è cesellato, il tannino è garbato. Ha tracce di terra rossa e di funghi secchi. L’austerità d’assieme è esemplare. (93/100)
Recioto della Valpolicella Tenero 2021. Se in Valpolicella vuoi fare dei vini dolci, allora produci un Recioto, si diceva, e dunque ecco il Recioto coi suoi quarantasei grammi di zucchero residuo, unica concessione alla dolcezza che si trova a Corte Bravi. Timo selvatico, mirtillo, fiori di campo, bacche di goji, caramella al rabarbaro, frutto del corniolo. Ciliegia, ovviamente, com’è classico dei vini classici della Valpolicella. (90/100)
Metodo Classico Brut Nature Rosa Fuorisella 2023. Un metodo classico rosa (sì, c’è scritto proprio “rosa”, e ne sono felice) fatto con l’uva rossa del corvinone. Ha nome ciclistico perché Andrea è stato ed è un pedalatore. In cantina ha la bicicletta di quando faceva agonismo, la foto del passaggio di borraccia fra Coppi e Bartali (o viceversa). Il vino sta venti mesi sui lieviti. Il frutto è gustoso, rotondo e molto agrumato. Sorprendente. (90/100)
Verona Corvina Scatto 2024. Seconda etichetta ciclistica. Secchissimo e serio, ha bisogno di tempo, di attesa; con quel tannino così ben definito promette bene. Mi fa piacere, e tanto, che la capsula di plastica sulla bottiglia di questo vino sia stata sostituita con una fascetta di carta che scavalla l’imboccatura. Man mano, a Corte Bravi vogliono estendere questa pratica ad altri vini. Ben fatto, di plastica meno ce n’è e meglio è. (88+/100)
Verona Bianco Timido 2024. Fatto, dicevo, con le rosse rondinella e molinara vinificate in bianco. Il vino è davvero timidissimo, crudo, ci mette un sacco a rivelarsi nel bicchiere, e chissà quanto gli ci vorrà in bottiglia. Ha un’indole da rosso leggero, sa di quelle ciliegie bianche che ancora si trovano, qui e là, nelle campagne del Veronese. (85/100)
Verona Bianco Timido 2019. Con gli anni, si è arrotondato, e il sale ha fatto capolino. Frutto e carattere, peraltro, sono molto vicini a quelli dell’annata giovane. Da bere a temperatura non fredda con cibo di una certa consistenza. (88/100)


