Da Troyes a Reims ci sono circa 130 chilometri, così come da Valdobbiadene alla frazione di Prosecco, nel comune di Trieste, ma i vini spumanti che si fanno in quel tragitto si chiamano da una parte tutti Champagne e dall’altra tutti Prosecco (nel caso del Prosecco la distanza tra Trieste e Vicenza, che pure fa parte della doc, è addirittura intorno ai 200 chilometri). Invece, da Erbusco a Broni, entrambe in Lombardia, ci sono solo 80 chilometri, ma da una parte gli spumanti si chiamano Franciacorta e da quell’altra Oltrepò Pavese. Possibile che non si possa fare una doc sola e chiamarla, magari, Grande Franciacorta?
Anche se la penso così da molti anni, l’idea che ho espresso qui sopra non è mia, bensì di Michele Antonio Fino e Carmine Garzia. Il primo insegna all’Università di Scienze gastronomiche di Pollenzo, in Piemonte, l’altro alla Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana, nel Canton Ticino. La loro ipotesi è contenuta in uno studio pubblicato sul portale dell’MDPI (Multidisciplinary Digital Publishing Institute), con il titolo Regulatory Innovation and Sustainable Growth Strategies in the Wine Industry: The Case of an Italian Sparkling Wine Designation of Origin. “Questo quadro – dicono – consentirebbe una crescita controllata, ridurrebbe la pressione territoriale nelle aree ad alta densità, migliorerebbe la competitività regionale e sosterrebbe la gestione ecologica a lungo termine”.
In linea astratta, hanno ragione, e sono con loro, soprattutto quando dicono che in Europa e in Italia è tuttora inesplorato il tema di utilizzare l’estensione dei confini della denominazioni geografiche non in chiave solo produttivistica, ma semmai come elemento di sostenibilità ambientale, paesaggistica ed economica, stante che il successo di una denominazione di piccole estensione territoriale porta inevitabilmente a una crescita esponenziale dei vigneti, con una modificazione radicale dell’assetto territoriale. Io, per esempio, alcuni anni fa avevo avanzato nelle sedi istituzionali un’ipotesi di fusione in un unico organismo per tutti i consorzi di tutela del Veronese, con la nascita successiva di un’unica doc Verona, che prevedesse specifiche sottozone denominate Soave, Valpolicella, Bardolino, Custoza, così come i francesi scrivono Grand Vin de Bordeaux e Grand Vin de Bourgogne sulle bottiglie della singola appellation dei due territori. Senza considerare che, nell’ipotesi di Fino e di Garzia, il Grande Franciacorta avrebbe una specializzazione assoluta nel metodo classico e che l’Oltrepò potrebbe beneficiare del traino derivante dal successo del Franciacorta, il quale, a sua volta, avrebbe a disposizione un polmone territoriale maggiore per supportare le propria possibile ulteriore crescita. “Le potenziali disparità tra le aree accorpate – dicono i due autori, e il tema è effettivamente importante – possono essere mitigate da due fattori. In primo luogo, la produzione di vino spumante è distintiva, con decisioni enologiche che influenzano la qualità del vino più delle differenze di terroir. In secondo luogo, i precedenti storici dimostrano il successo dell’integrazione di territori non contigui”, e qui torna in campo il precedente del Prosecco. Poi, è chiaro che di mezzo c’è la volontà dei produttori e degli organismi politici, ma il caso del Prosecco, torno a dire, è lampante: dal 2009, anno i nascita della grande doc, ha conquistato il mondo, passando da un centinaio di milioni di bottiglie a circa ottocento milioni.
Va da sé che l’eventuale attuazione di un’ipotesi del genere, anche qualora fosse accettata dalle filiere dei singoli territori, presuporrebbe un radicale ripensamento del sistema delle doc, superando l’arcaico e per me poco motivato tabù della continuità territoriale, e anche questo tema è sviluppato nel documento di Fino e di Garzia, che si presenta dunque non solo come piano industriale di una nuova, possibile spumantistica lombarda, ma anche come una riflessione sulla possibile trasformazione di un sistema normativo della denominazioni vinicole di origine, che sta dando eloquenti segnali di inadeguatezza, adesso che è sottoposto alla pressione dei cambiamenti che stanno intervenendo nei mercati e nel clima.
Tutti sogni, chimere da studiosi a tavolino? Francamente, non direi. Semmai, con un ossimoro, parlerei di teorie pragmatiche, e oggi ce n’è tanto bisogno, di pragmatismo ben radicato sul piano teoretico, non solo nel settore del vino.


