Quel che mi stupisce ogni volta che incontro o ascolto gli imprenditori che hanno messo in piedi dei colossi quasi dal nulla è la loro capacità di affrontare i problemi complessi con un’apparente e disarmante semplicità, la quale è fondata, al tempo stesso, sulla visione e sull’empirismo. Uno di questi imprenditori è Sandro Veronesi, fondatore del Gruppo Calzedonia, oggi Oniverse, che nel dicembre 2024 la rivista Forbes ha stimato valere quasi due miliardi di dollari. In portafoglio ha brand conosciutissimi dell’abbigliamento – Calzedonia, Intimissimi, Tezenis, Falconeri – e anche la rete di enoteche di Signorvino, oltre ad alcune cantine proprie, in varie parti d’Italia (tra cui la notissima Villa Bucci, nelle Marche). Qualche giorno fa l’ho sentito parlare proprio di vino. L’occasione è stata un convegno dal titolo “Il gusto di sentirsi bene” (come il payoff di Sirgnorvino), che aveva come obiettivo più o meno conclamato quello di controbattere una certa tendenza corrente a dipingere il vino come un nemico della salute.
Sandro Veronesi ha parlato poco, preferendo lasciare spazio ai relatori e al figlio Federico, amministratore delegato di Signorvino, ma quand’è intervenuto ha lasciato il segno. “Secondo voi – ha chiesto alla platea, colma di produttori vinicoli e altri addetti ai lavori -, le aziende quanto si adattano ai cambiamenti socio-culturali e quanto li plasmano?” La risposta era implicita: un’azienda di successo è quella che il cambiamento lo guida e lo plasma. E allora ecco un’altra domanda rivolta agli operatori vinicoli: “Dobbiamo essere noi a dire che il vino fa bene, oppure aspettiamo che tutto cada dal cielo?”
Ora, so che quell’affermazione – “il vino fa bene” – farà drizzare i capelli in testa a chi è giustamente attento a tutti i rischi correlati al consumo di alcolici, ma credo anch’io che, assunte le opportune cautele, si debba distinguere più nettamente la consapevolezza dei rischi da quella componente di “benessere psicologico” – io uso l’aggettivo “spirituale”, per dire che è un benessere anche intellettuale – che è propria del consumo moderato di vino, soprattutto quando il vino è bevuto seduti a tavola, in buona compagnia, con del buon cibo. Perché a quel benessere io proprio non ci rinuncio.
Sandro Veronesi è stato netto: “O subiamo aspettando che cambi il vento, oppure il vento lo cambiamo noi”, ha detto ai produttori che c’erano in sala (e ce n’erano di molto importanti). Per essere ancora più chiaro, ha ribadito che “devono essere le aziende leader che devono muoversi in termini di investimenti“, e questo è davvero un masso gettato nello stagno. Si tratta, infatti, di un’affermazione di quelle che possono togliere il fiato a un mondo, quello del vino, che è poco abituato ad agire compatto, che sin qui è sempre stato abbastanza refrattario ad agire in autonomia – anche economica e finanziaria – rispetto alla politica, alle istituzioni e alle organizzazioni di settore, e che anzi si è troppo spesso adagiato sul conforto finanziariamente assai generoso dell’assistenza pubblica. Oggi l’aiuto esterno non basta più: occorre fare, e per fare servono i soldi, che per essere usati in piena indipendenza dalle logiche politiche e burocratiche possono arrivare solo – sono d’accordo – dalle aziende leader, chiamate a fare un salto di ruolo, e questo senza nulla togliere alle organizzazioni di settore, che si occupano di una rete molto più vasta. Se, come auspicavo in un mio precedente articolo, si vuole recuperare la fiducia nel vino, occorre che agiscano i grandi brand più capaci di attrarre la fiducia del pubblico.
Non mi stupisce che il primo a dare un segnale concreto di movimento in questa direzione sia un imprenditore proveniente da un ambito diverso da quello del vino. Non so se il suo appello verrà accolto, oppure se fioriranno altre iniziative simili da parte di altri attori della filiera. Non lo so e non mi interessa saperlo: che si muova chiunque, purché esista un movimento capace di suscitare fiducia. So però che occorre agire, e la strada “privatistica” indicata da Sandro Veronesi mi pare quella potenzialmente risolutiva. Se infatti è vero che ogni crisi è un’opportunità, l’opportunità che vedo nella crisi attuale è quella di un nuovo scarto evolutivo della filiera del vino dopo quello imposto, nel 1986, dalla crisi di metanolo. Fu allora che nacquero i leader di adesso. È adesso che nascono i leader di domani.


