In dicembre l’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani decreta qual è stata la parola dell’anno. Per il 2025, la parola è “fiducia”. “In un anno segnato da incertezze geopolitiche e sociali – dice la Treccani -, la fiducia emerge come risposta essenziale al diffuso bisogno di guardare al futuro con aspettative positive. Questo desiderio si fonda sulla forza delle relazioni umane: sviluppare legami solidi, affidabili e duraturi non solo tra individui, ma anche tra i cittadini e le istituzioni”. Non solo. “La scelta di Treccani tiene conto anche dell’indicazione espressa da molti giovani utenti: ‘fiducia’ è risultata una delle parole più cliccate sul portale treccani.it e quella con il più alto incremento percentuale rispetto all’anno precedente”.
Io credo che basterebbe questo per spiegare quale strada debba intraprendere il mondo del vino per uscire dalle attuali difficoltà. Serve recuperare la fiducia. Perché, sì, la crisi del vino è una crisi di fiducia nel vino da parte degli utenti.
Il vino è diventato troppo autoreferenziale (nel settore ci si parla addosso), troppo complicato (oh, quanti tecnicismi, quanta inutile ritualità snobistica!); troppo elitario (quante inutili sfilate di bottiglie premiate); troppo pretenzioso (io solo sono degno di essere bevuto); troppo autoelogiativo (siamo i più bravi, nessuno è come noi, questa è l’annata migliore di sempre); troppo litigioso (convenzionali contro naturali, artigiani contro industriali); troppo autolesionista (con quei suoi continui distinguo tra l’alcol buono e quello cattivo, che hanno come inevitabile conseguenza la totale identificazione dell’alcol col vino, cosicché pare quasi che il vino abbia l’alcol e gli aperitivi no; e poi, al contrario, questo continuo parlare della necessità assoluta di fare il vino dealcolato, che ne parlano più i produttori di vino che non i bevitori, e spesso ne parlano in maniera tale che sottintendono l’inutilità del vino che ha l’alcol, e dunque negando se stessi); troppo piagnucolone (sempre al limite del catastrofismo e del complottismo, sempre lì a dire che il mondo ce l’ha col vino, e alla fine il mondo si è stufato del vino, perché i piagnoni sono antipatici). È diventato anche troppo caro, con certi vini e certi territori che non sono più accessibili per la gente comune, quella che vive di stipendio, e gli stipendi non crescono più: certe ascese ingiustificate di prezzo sono lette come un segno di ostilità, e chi si sente abbandonato si allontana a sua volta.
Il vino deve riconquistare la fiducia della gente, parlar chiaro, parlar semplicemente. Tornare a proporsi per quel che è sempre stato: il mezzo che consente alla gente di stare meglio insieme. La gente ha bisogno di nuova socialità: il vino è tra i primi oggetti di socialità, e la socialità è quell’ingrediente che consente di “sviluppare legami solidi, affidabili e duraturi”. I giovani, soprattutto, si dice che del vino si disinteressino, eppure sono proprio loro quelli che vanno in cerca di fiducia. Lo dice anche la Treccani che sono stati i giovani quelli che hanno cercato di più questa parola, e il suo significato più profondo. Cercano una parola di fiducia, che dovrebbe essere propria del vino, e che il vino ha rinunciato a continuare a far propria per inseguire l’effimero. La cultura contadina è sempre stata basata sulla concretezza e sulla socialità. Quando pensa all’effimero, tradisce se stessa, e si rende altro da sé. Si rende inutile. Nessuno vuole cose o persone inutili.
Fiducia. Torniamo ad alimentare la fiducia e non lo scontro. Di scontri ce ne sono già troppi.


