Forse siamo fuori tempo massimo, forse no. Certamente siamo fuori stagione, il che potrebbe essere meglio, perché consente di ragionare senza l’assillo delle mode stagionali. Sta di fatto che in questo finire d’anno si parla un po’ più del solito del vino rosa italiano, il che può essere una buona cosa. O anche no.
In particolare, ho trovato molto interessante l’intervento di Gianluca Atzeni sul Gambero Rosso, con un articolo intitolato “Vini rossi e bollicine scommettono sul rosato. Così l’Italia riprova ad intercettare il trend (ma in ordine sparso)“. Racconta, in primis, che il Consorzio del Chianti ha presentato richiesta al ministero di introdurre nel disciplinare la nuova tipologia del Chianti rosato: pare che puntino subito ai 10 milioni di bottiglie. Auguro ai viticoltori chiantigiani di raggiungere questi volumi di vendita, ma mi pare, francamente, un’impresa molto ardua. Trovo infatti improbabile che un rosé appena nato diventi d’improvviso il vino rosa fermo a denominazione più venduto in Italia, superando in un colpo solo il Cerasuolo d’Abruzzo e il Chiaretto di Bardolino, che hanno una storia consolidata. Atzeni dice poi che il Consorzio del Primitivo di Manduria pensa anch’esso all’ipotesi rosato e il Garda Doc ha dato il via libera al Pinot grigio ramato rosato; forse arriverà pure l’Asti rosé.
Fin qui la cronaca. Restano tre problemi.
Il primo è nella parentesi contenuta nel titolo dell’articolo di Atzeni: come al solito, l’Italia va in ordine sparso, senza una strategia comune, dimenticando che il successo dei provenzali ha avuto origine proprio dall’aver disegnato una linea condivisa, cui poi si sono agganciati anche i produttori della Languedoc. Se i francesi della Provenza non si fossero presentati compatti, con le loro svariate denominazioni di origine non avrebbero riscosso il successo che hanno avuto, ma forse si tratta di un gap culturale: loro sono una stato unitario da secoli, noi lo siamo solo da cent’anni e ancora facciamo fatica a pensarci un tutt’uno.
E qui sono già nella seconda questione, quella dell’identità. Se qualcuno pensa che fare rosato sia solo una questione cromatica, allora è su una strada che porta inesorabilmente all’insuccesso. Il vino rosa è un modo d’essere, è uno stile, e lo stile appartiene al territorio, non all’enologia. Pensare al colore senza riflettere prima sull’identità del vino è infruttuoso. Ma temo che a molta parte della filiera produttiva italiana questo tema dell’identità interessi poco. Si pensa con spirito empirico e si segue il vento, cosa che sul momento può darti qualche briciola per vivere, ma che non garantisce il futuro.
Il terzo problema lo ravvedo, potenzialmente, nei prezzi. È vero che il vino rosa italiano ha ricevuto un qualche minimo impulso nei volumi, ma in genere non nelle quotazioni, che restano basse. Basta fare un giro in un qualunque supermercato per rendersene conto. È anche vero che alcuni vini rosa italiani spuntano quotazioni abbastanza significative, ma poche decine di migliaia di bottiglie vendute a prezzo premium non fanno un settore. Temo dunque che un’altra possibile spinta sui volumi del rosato avvenga necessariamente con politiche di prezzo molto aggressive. Sarebbe una competizione al ribasso, a danno di tutti. Se così non fosse, sarei di sicuro il primo a esserne felice.
A ogni modo, avanti col vino rosa, e speriamo che sia la volta buona.


