Metti una sera d’inverno che torni a casa tardi e non hai nemmeno cenato, in frigo c’è solo un po’ di formaggio, in dispensa del pane di due giorni. Allora decidi di aprire una bella bottiglia per salvare comunque la serata e poi finisce che ti ritrovi perfino contento di tutti gli imprevisti che hai avuto, perché ti hanno fatto stappare una grande bottiglia.
La bottiglia in questione era quella del Chianti Classico Gran Selezione Castello di Brolio 2016 di Ricasoli. L’ho trovata in una forma a dir poco straordinaria. Lo stesso vino l’avevo già bevuto appena immesso sul mercato, però allora non ne avevo saputa cogliere, per mio difetto, la medesima bellezza, o forse era ancora acerbo e restio a manifestarsi. Non dico nemmeno che non possa affinarsi ancora, e forse diventare ancora più complesso, a motivo dell’evoluzione degli aromi, che viene indotta dall’incedere del tempo. Dico solo che il suo stato di grazia attuale mi ha destato un senso di appagamento, perché unisce l’austerità terragna, che mi affascina nei grandi rossi chiantigiani, a una tensione gustativa che posso paragonare solo a quell’impressione quasi elettrica che si coglie nell’aria all’avvicinarsi di un temporale estivo, quando anche le cicale smettono di frinire ed è come se stessero sospese nell’attesa, che pare eterna, di un evento memorabile.
Sospeso ti lascia il pensiero, questo vino, adesso, poiché sei preso a godertene, sorso per sorso, l’irrefrenabile tensione, che è vivida e a lungo permanente, e sembra portarti sottobraccio in una camminata nell’intrico profumato dei boschi, dai quali emerge, d’un tratto, un muro diroccato, una torre o un cascinale, che raccontano di storie lontane.
Quand’ho la fortuna di incontrare un vino in queste condizioni, benedico d’averne stappata una bottiglia.
Chianti Classico Gran Selezione Castello di Brolio 2016 Ricasoli 1141
(97/100)


