Generalmente, i grandi vini classici sono dei vini austeri, che si si esprimono nella loro interezza quando incontrano dei bevitori adulti, con ciò intendendo non già l’età anagrafica del bevitore, bensì la sua disponibilità per l’attesa. Infatti, con questi vini occorre esercitare la pazienza, perché il più delle volte decidono essi stessi quando si debbano bere, restando prima raccolti e perfino riluttanti; e comunque non vogliono fretta quando li hai nel bicchiere. Talora vale anzi la vecchia e oggi poco seguita regola della stappatura anticipata di qualche ora e del travaso, magari, nel decanter, in modo che si risveglino con pigra lentezza, si adattino man mano all’ambiente arieggiato e si concedano nella piena espressione di sé. Sono così alcuni rossi di Borgogna dotati di particolare tannino, qualche Barolo tradizionale e anche, a Modigliana, in Romagna, i vini che nascono in poche bottiglie dai vigneti vecchi dei Ronchi di Castelluccio, là dove li volle l’intuizione creativa del regista cinematografico Gian Vittorio Baldi, li impiantò la maestria visionaria dell’agronomo Remigio Bordini e li ammaestrò la lungimiranza enologica di Vittorio Fiore, che prese a vinificare le singole parcelle alla maniera dei francesi, secondo la lucida premonizione di Gino Veronelli. Per quell’impresa, Bordini mise a dimora i cloni di sangiovese meno generosi, quelli che l’enologia iper produttivista della prima metà degli anni Settanta considerava di scarto, e posò le vigne esposte verso nord, secondo una logica eretica per l’epoca (lo deridevano, perfino), e oggi invece salvifica, coi cambiamenti climatici in corso, giacché mantiene la freschezza; per poterli impiantare tagliò le sterpaglie e il bosco alla maniera quasi arcaica, cioè a colpi di roncola, ricavandone, dunque, come in età medievale, dei terreni roncati, ossia dei ronchi. Vittorio Fiore completò l’impresa con delle vinificazioni esemplari per solidità e definizione, e trasse vini robustissimi ed eleganti. Di tanto in tanto, mi concedeva il grande onore di inviarmi, a Natale, qualcuno dei vini dei Ronchi di Castelluccio, che furono per me fonte di addestramento e di ispirazione, giacché fu per loro tramite che potei comprendere, appunto, come taluni vini dotati di fiero carattere dettino da sé le regole del gioco, e il bevitore vi si debba coscienziosamente sottomettere. Ammetto, peraltro, che molte volte ne fui sopraffatto, giacché mi diventava molto difficile comprenderli, non rivelandosi, di fatto, quasi mai del tutto pronti, bensì sempre meritevoli di ulteriore sosta. Capii che bisognava aspettarli, e fidarsi di loro.
Col passare degli anni, com’è naturale per tutte le cose del mondo, che sono caduche, anche la gloria dei Ronchi di Castelluccio si andò un po’ appannando, e i vigneti manifestarono qualche fallanza. Oggi sono a celebrarne il rinascimento, perché è giunto a perfetto compimento il progetto dei fratelli Aldo e Paolo Rametta, che nel 2020 rilevarono la tenuta, di fatto riannodando il filo personale con la terra di Romagna, da cui proviene la famiglia (loro, invece, sono nati a New Orleans e sono cresciuti tra gli Stati Uniti e la Svizzera, occupandosi, prima della campagna, di energie rinnovabili e di finanza). Hanno voluto, i Rametta, che le vecchie parcelle venissero tutte ripristinate attingendo al patrimonio genetico del fondo mediante il ricorso alla selezione massale, sotto la guida di Francesco Bordini, il figlio di Remigio. Di fatto, dopo cinquantant’anni esatti, ciascun vigneto è tuttora un unicum, com’era in origine, ossia com’era nei piani primigeni di Baldi, di Bordini, di Fiore e di Veronelli. Sono assai grato, di questo, ai Rametta. Gli sono ancora più grato perché i vini, assaggiati, confermano l’indole classica che gli riconoscevo. Vini buoni per gente che nutre un grande rispetto del vino.
Eccoli qui sotto i vini dei Ronchi, come mi si sono presentati nelle annate ora in commercio, tutte prodotte in numeri confidenziali. Sarebbe da prenderne qualche bottiglia del preferito, berne una subito e diluire le restanti negli anni a venire.
Colli di Faenza Bianco Ronco del Re 2021 Ronchi di Castelluccio. Tutto sauvignon blanc, solo 618 bottiglie. Al primo sorso, sembra di cogliere lo schiocco della buccia croccante dell’uva sotto ai denti. Degli aromi familiari della varietà si intuisce una traccia molto sottile, ma solo dopo che il vino si è aperto nel calice. Semmai, è speziatissimo, assai marino e piccante di zenzero. Un bianco elegante. (93/100)
Romagna Sangiovese Modigliana Ronco Casone 2020 Ronchi di Castelluccio. Le bottiglie sono 1150. Il vigneto è esposto a nord ovest, la terra è in forte pendenza e il vino che se ne trae sa di resine e di frutti succosi del bosco, innervati da un tannino ben saldo. C’è sale e c’è freschezza, e gran vita davanti. Lasciatelo per un’oretta a bottiglia stappata e ne ricaverete la gioia di una bellezza frastornante. (96/100)
Romagna Sangiovese Modigliana Ronco della Simia 2020 Ronchi di Castelluccio. Prodotto in 2500 bottiglie, proviene da una vigna a girapoggio esposta verso nord. “Vigna di sale” la definiscono in azienda, e il sale c’è, ed è molto, e ingentilisce il tannino, che è nordico, rustico ed erbaceo. Ne fa capolino, ancora timido, il frutto, che occhieggia e si ritrae. Un vino da lunga, fiduciosa attesa. (91/100)
Romagna Sangiovese Modigliana Ronco dei Ciliegi 2020 Ronchi di Castelluccio. Sono 2350 bottiglie e 200 magnum. Di solito, dei cru dell’azienda, il Ronco dei Ciliegi è il più pronto, quello che ha il frutto più esposto. Stavolta è riottoso per via del tannino, ma sa il fatto suo. Chi può, ne acquisti la bottiglia grande, la metta in cantina e aspetti qualche anno: ne verrà ripagato in maniera cospicua. (92/100)


