Da bevitore di vini rosa, sono un po’ inquieto. Ho come l’impressione che siamo arrivati in un vicolo cieco, sospinti da un cambiamento climatico, che è tale da mettere in dubbio i processi e i modelli enologici, che sin qui hanno funzionato.
È noto che, alla luce del successo dei rosé della Francia meridionale, ossia prima della Provenza, e poi anche della Languedoc, un po’ ovunque e con qualunque varietà d’uva ci si è improvvisati a inseguirne acriticamente il modello cromatico, fondato sull’assoluta leggerezza del colore. Però mi pare che questo stile stia mostrando dei limiti anche in “casa madre”, ancorché i numeri si confermino impressionanti.
Troppe volte, nell’ultimo paio d’anni, certamente in Italia, ma via via di più anche in Francia, mi sono trovato di fronte a dei vini spogliati non solo del colore, ma anche di profumi e di sapori. Rosé da bere ghiacciati, ma privi di sostanza, se non quella alcolica. Quest’anno, poi, con l’uscita dei rosé transalpini del 2024, le mie perplessità sono aumentate. Infatti, ho acquistato, come sempre faccio, alcuni dei vini rosa della Provenza e della Languedoc che hanno ricevuto buoni riscontri, ma il mio, di riscontro, non è stato sempre felice. Mi sono fatto l’idea che, a fronte di un clima che accelera e spinge in alto la maturazione degli zuccheri dell’uva e abbatte, nel contempo, le acidità, l’ossessione sin qui vincente per il cromatistmo leggero fatichi a reggere, quando si passi a considerare non già il colore, bensì il sapore. È come se il tentativo di portare in cantina delle uve che garantiscano comunque una certa freschezza stia spingendo a raccoglierle sempre prima, col risultato di avere, nei vini, vegetalità immature e tannini verdi. A me non piacciono i vini fermi fatti con le uve immature. Il vino fermo si fa con le uve mature. Se la tendenza è questa, adieu rosé.
È chiaro che non posso generalizzare, anche perché il panorama di riferimento sul quale poggio le considerazioni che ho appena fatto è piuttosto ristretto, e comunque i fuoriclasse restano tali e dunque alcune delle case storiche del rosé continuano a darci dei rosè di assoluto valore e di grande soddisfazione (purtroppo, non mi pare tutte), soprattutto quando abbiano qualche anno di affinamento sulle spalle. Però è come se le certezze incominciassero a scricchiolare.
In questo, come dico e ripeto tutto sommato inutilmente da un bel po’ di anni, se solo fossimo capaci di lavorare insieme e di non farci trascinare dalle semplificazioni mercantili, potremmo avere dei vantaggi noi italiani, che non abbiamo uno standard univoco nei nostri vini rosa tradizionali, e dunque, storicamente, il nostro rosa va dal colore quasi rosso del Cerasuolo abruzzese fino alla sfumatura assai tenute del Chiaretto gardesano, passando dalle tonalità aranciate di Cirò e dal corallo del Salento. Alla diversità di colorazione si accompagna, da noi, una corrispondente variabilità di aromi, che mettono in luce frutto rosso e tannino in Abruzzo, agrumi e sale sul lago di Garda, le spezie bizantine e le terre rosse nei rosati fatti con negroamaro salentino, la mediterraneità del gaglioppo cirotano. Non ci sono altri paesi al mondo in grado di offrire una simile pluralità e sfaccettatura, la quale, essendo appunto storica, può resistere e anzi accentuarsi anche nei tempi dei cambiamenti drammatici del clima, giacché possiamo produrre vini, e non mode.
Non vedo un grande futuro, invece, per gli italiani che negli anni recenti hanno sciommiottato il modello francese, pur essendoci chi, da noi, continua imperterrito, anche adesso, a esordire con nuove etichette di rosato, figlie di qualunque uva, che cercano di riprodurre, a dire delle cantine, lo stile della Provenza. Capisco che l’ansia per un mercato del vino che, in generale, segna il passo, induca a cercare delle vie di salvezza, ma senza identità non c’è speranza, e il vino crudo, e verde, non ha alcuna possibilità.


