Lo strano caso del Prosecco Rosé, non parla ma vende

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A Vinitaly conversavo dei vini rosa italiani con un collega, e osservavamo quanto la categoria continui a stentare. Per suffragare la tesi, il mio interlocutore affermò che avesse fallito anche il Prosecco Rosé, al che sobbalzai. “Fallito?”, chiesi. “Ma se nel 2025 se ne sono venduti più di 60 milioni di bottiglie, quasi il dieci per cento dell’intera denominazione!“, esclamai. Al che fu il suo turno di sobbalzare: pur essendo persona ferrata in fatto di vino, non aveva la minima percezione che di Prosecco Rosé se ne vendesse così tanto. Questo significa che al Prosecco Rosé si dovrebbe dedicare uno studio per capire come faccia a vendersi in simili volumi, perché sì, vende, da solo, più di tutto il resto del rosato italiano messo insieme, eppure sembri fare pochissimo per comunicarsi. Alzi la mano chi si ricorda dell’ultima campagna di comunicazione del Prosecco Rosé. Io stesso, che pure osservo molto da vicino il mondo del Prosecco, faccio davvero fatica a citare un caso, dopo quell'”osa il rosa” che accompagnò il lancio della nuova tipologia, nel 2020. Quanto meno, non me ne ricordo, e si sono del tutto sopite anche le polemiche iniziali, che ovviamente scoppiarono in Italia al varo del Prosecco Rosé, come sempre succede quando c’è una novità, soprattutto se questa ha successo. Nessuno ne parla più, come se il Prosecco Rosé nemmeno esistesse, eppure colloca sessanta milioni di bottiglie, che sono un’enormità. Un mistero.

A suo tempo, presi posizione piuttosto netta in favore della tipologia, convinto che potesse avere una propria dignità e che potesse anche far da traino al resto del vino rosa italiano. La seconda convinzione è svanita presto: il Prosecco Rosé non ha assunto il ruolo di capofila del mondo rosatista italiano, che va in ordine sparso, ognuno per suo conto, e così abbiamo perso l’ennesima occasione. La prima idea l’ho voluta verificare qualche giorno fa, scendendo in cantina a cercare una bottiglia del Prosecco Rosé che più mi aveva convinto all’uscita. Parlo del Prosecco Rosé Brut 2020 di Bellenda. Ne avevo messa da parte la bottiglia perché, riguardo ai vini rosa, sono convinto che siano davvero meritevoli di attenzione solo quelli che reggono il tempo. Dunque, per me anche il Prosecco Rosé doveva affrontare il giudizio degli anni.

La bottiglia del Prosecco Rosé di Bellenda è di vetro bianco trasparente, com’è, purtroppo, quasi sempre abitudine per i vini rosa. Non mi ha dunque stupito che dopo cinque anni avesse perduto, nel colore, ogni traccia di rosa. Potrei definirne la tinta, adesso, come quella del tè English Breakfast non infuso troppo a lungo, un giallo vagamente ambrato. L’assaggio? Be’, quello è stato sorprendente. Aveva, il vino, una sostanza cremosa, quasi da crema pasticciera, avvolgente. Al gusto ricordava il chinotto. Sapeva anche un po’ di petali di rosa secchi, e aveva una delicata speziatura e un che di tarte tatin o di crostatina all’albicocca. Soprattutto, si è fatto bere con disinvoltura. Badare che l’ho servito alla temperatura di cantina, non freddo, perché un’altra delle mie fisse è che con più passano gli anni, più il vino rosa non tolleri il raffreddamento. Esperimento riuscito. Dunque, il Prosecco Rosé, quello buono, sa perfino tenere con una certa disinvoltura un po’ di anni, e questo mi conforta molto, e mi rassicura sul fatto di non avere sbagliato a mettermi dalla sua parte. Però tace. Di questo sì, che mi sorprendo.