Rocco di Carpeneto, segnatevi questo nome!

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Già a pensare di lasciare Roma per andare in campagna a fare vino ci vuole coraggio. Se poi scegli di comprare terra e vigne nell’Ovadese, allora devi essere proprio tosto, ché non sarà magari finis terrae, ma non è neppure un posto così conosciuto, anche se è patria di gran Dolcetto. Scommetto che se domando in giro se si sappia dov’è l’Ovadese rischio che mi guardino senza proferire parola, e neppure credo possa aiutare granché spiegare che è nell’Alto Monferrato. Semmai gli devo dire che sta tra il Piemonte e la Liguria, e allora lo sguardo dell’interlocutore di rasserena.

Ecco, il fatto che questo sia un micromondo un po’ piemontese e un po’ ligure, magari lascia traccia nei vini che ci si fanno, perché hanno un po’ della rusticità terragna del Piemonte e un po’ della vena salmastra della Liguria. Questa almeno è l’impressione che ho avuto nell’assaggiare per la prima volta i vini del Rocco di Carpeneto, presentati alla Rimessa Roscioli, nel corso d’uno degli appuntamenti dei Ladri di Vino di Fabio Rizzari, da Lidia Carbonetti, che l’azienda la conduce e prima ha studiato matematica alla Sapienza e poi enologia a Milano, e scusate se è poco (nella fotina che pubblico è insieme con Bruna Ferro di Carussin).

Ora, mi sbilancio, e dico che i vini mi hanno davvero impressionato e credo che questa qui sia una realtà da tenere bene annotata sui taccuini degli appassionati. Insomma, “a star is born”, per dirla all’americana, ché qui ci sono bottiglie davvero notevoli, col plus d’attenzione all’approccio “naturale” alla vigna e al fare vino.

Sono vini, anche, che chiedono pazienza, il che è prerogativa dei vini che possono diventare grandi. Prendiamo il Reitemp, una Barbera del 2014. Appena versata l’ho trovata osticamente chiusa, selvaticamente animalesca, e in bocca è apparsa selvaggia e fremente e bizzosa. Solo che quando ha preso a quietarsi, e c’è voluto tempo e l’ha fatto con gradualità, ecco che il frutto s’è fatto avanti strepitoso, e insomma il brutto anatroccolo è diventato cigno. Come accade sovente per i vini da vigne vecchia, e questa qui è una vigna di barbera piantata nel 1955, infatti. “La barbera è come una persona dall’intelligenza ma dalle idee molto chiare”, dice Lidia.

Poi, l’Admura. Un rosso – vino rosso, fuori dalle doc – fatto con un’uva rara, l’albarossa, figlia delle sperimentazioni del mitico professor Dalmasso, che nel 1938 incrociò lo chatus (il nebbiolo di Dronero) con la barbera. Annata 2015, e qui, appena nel calice, wow!, che profumi. Un susseguirsi di frutto, spezia e fiori. Fascinosissimo ed energicamente acido. Con la florealità che pian piano prende il sopravvento e il sale che la sospinge. Volete un aggettivo per questo vino? Luminoso, l’aggettivo è questo.

Quindi l’Erche, un Ovada Riserva, leggasi Dolcetto. Annata 2012. Scende l’acidità, sale il tannino, alla faccia di chi pensa al Dolcetto come a un vino (o un vitigno) sempliciotto, e anzi il vitigno “è una grossa gatta da pelare – fa Lidia -, difficile in vigna e in cantina e appena c’è un problema in vigna te lo fa notare”. Austero, fittamente tannico, e l’influsso del mare – che dicevo sopra – s’avverte notevolissimo, con la sapidità che offre slancio al sorso.

Tre vini eccellenti, che mi comprerò.

Barbera del Monferrato Superiore Vigna Rocco Reitemp 2014 Rocco di Carpeneto
(90/100)

Admura Alb 2015 Rocco di Carpeneto
(92/100)

Ovada Riserva Erche 2012 Rocco di Carpeneto
(88/100)

 

 

 

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