I vini di metodo sono in crisi

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Alla fin fine, chi sono io per mettere becco nelle dinamiche di un territorio come la Valpolicella, che negli ultimi trent’anni ha generato una montagna di soldi per chi fa uva e vino? Eppure, avverto ugualmentre l’urgenza di proporre ai lettori, e magari agli stessi vignaioli, alcune riflessioni che, seppure immaginose, mi sono maturate in testa dopo aver assaggiato i vini disponibili ad Amarone Opera Prima, ossia l’anteprima dell’annata 2020 dell’Amarone della Valpolicella. Mi è dunque venuto alla mente che, se escludiamo gli spumanti e i frizzanti, che hanno dalla loro parte le bollicine, tutti i grandi vini “di metodo” sono in crisi più o meno profonda. Pensiamo alle difficoltà persistenti del Marsala, del Porto, dello Sherry, per non parlare della macro categoria dei passiti dolci, in caduta libera da decenni. L’Amarone della Valpolicella, perennemente rappresentato come capostipite ed emblema dei rossi “secchi” che derivano dal “metodo dell’appassimento”, ha fatto faville sino a una manciata di anni fa, ma da qualche tempo sta arretrando. Idem per il Ripasso, che è una derivazione dell’Amarone, cui è legato, per disciplinare, da un rigido rapporto di proporzione. Così adesso in Valpolicella le aziende si interrogano sul futuro, e questa non è una mia fantasticheria. Peraltro, sono convinto che la prima risposta ai loro interrogativi, le cantine valpolicellesi la debbano dare a sé stesse. Infatti, è opportuno che chiariscano se intendano continuare a produrre Amarone prevalentemente come vino di metodo, oppure se accettino di intraprendere una strada tutta nuova, ossia quella che porta a farne soprattutto un vino di territorio. Le scelte sono ovviamente entrambe legittime, mentre le conseguenze potenziali sono diverse.

Dagli assaggi che ho effettuato, ho l’impressione che i vignaioli dell’Amarone siano ancora fondamentalmente focalizzati sul metodo. Difatti, mi pare che quasi tutti siano soprattutto impegnati a cercare di “alleggerire” in qualunque modo (e il “modo” è “metodo”) la concentrazione del vino, spesso però col risultato di squilibrarlo verso la componente alcolica. Dal canto mio, penso che la strada non sia questa, e per spiegare quale invece sia, mi approprio del sintetico e chiarissimo slogan che ha scritto, come commento a un mio articolo, Ettore Nicoletto, già presidente e amministratore delegato di Angelini Wines & Estates (leggi Bertani, per quanto attiene alla Valpolicella) e ora senior business advisor di Plenitude Partners: “Meno metodo e più territorio“.

Insomma, la mia opinione è che se l’Amarone aspira a un ruolo di rilievo nell’ambito dei “fine wine” internazionali, la strada della territorialità sia quella obbligata, e ho paura che, a fronte del cambiamento climatico in essere, per garantire un’espressione davvero territoriale dell’Amarone si debbano prima di tutto mettere in discussione l’appassimento temporalmente prolungato delle uve e anche il dogma dell’appassimento obbligatorio della totalità delle uve destinate alla sua produzione. Al contempo, è da ripensare ampia parte della viticoltura valpolicellese, che dai primi anni Duemila è stata impostata in maniera consistente a filare, per ottenere quelle uve concentratissime che allora si ritenevano necessarie (e probabilmente lo erano), ma che oggi, con l’appassimento, portano a gradazioni alcoliche insostenibili. In ogni caso, questi interventi rappresentano, forse, delle soluzioni necessarie, ma certamente non sufficienti, se la nuova missione è quella della territorialità. Sono, insomma, solo dei prerequisiti. Quelle che davvero servirebbero sono scelte ancora più coraggiose: da un lato la specializzazione dei vigneti, dall’altro l’adozione delle sottozone. In un mondo di consumatori sempre più attenti, diventa sfidante pretendere di continuare a dare contezza del come e del perché in Valpolicella sia possibile trarre da uno stesso vigneto quattro o cinque vini diversi, come permettono ora i disciplinari. Al contempo, è difficile presentare l’Amarone come vino di territorio, se il territorio non è opportunamente e appropriatamente frazionato e regolamentato, come accade in tutte le più celebri denominazioni di origine del mondo.

Ammetto che cose del genere facciano tremare i polsi, e accetto l’obiezione del “chi ce lo fa fare”. Se però si decidesse di metterle in pratica (non importa se in toto oppure parzialmente), va da sé che occorrerebbe una buona dose di gradualità. Eppure, ho l’impressione che, almeno in parte, siano scelte inevitabili. Oh, poi, sia chiaro – l’ho detto in premessa -, non escludo che, alla prova dei fatti, le mie idee si rivelino farneticazioni, e che, in quanto tali, non vadano tenute in alcun conto. Ma mi andava comunque di proporle, dato che noi sognatori siamo fatti così: sogniamo e raccontiamo i nostri sogni. Magari poi qualcuno si troverà d’accordo.