Qualche giorno fa è morto Fabrizio Plessi. Non mi pare che la notizia abbia fatto il giro frenetico dei social media, e nemmeno sia transitata con grandi titoli su tutte le prime pagine dei giornali, come succede quando scompare un cantante, un attore, uno sportivo. Questo dice quanto fosse riservato l’uomo, mai divenuto, in fondo, “personaggio”, nonostante la fama conquistata nel mondo dell’arte. Plessi era, infatti, tra i maggiori artisti contemporanei, nome fondamentale nel campo delle videoinstallazioni, pioniere della videoarte. Ha ideato delle opere in eterno movimento visuale, che si fanno riflessione permanente, e danno corpo al pensiero. Negli ultimi mesi ne ho ammirate due. Una è la “Foresta di fuoco” (strutture in ferro, legna, monitor, programma preregistrato, videoregistratore), inserita nel percorso della mostra “Ápeiron | Senza confini” a Palazzo Forti, sede originaria della Galleria d’Arte Moderna di Verona. L’altra è “L’Anima dell’Amarone“, nel piano interrato di Masi Monteleone21, il nuovo centro di accoglienza dei visitatori della Masi Agricola a Gargagnano, nel comune di Sant’Ambrogio di Valpolicella (e là venne insignito del Premio Masi Civiltà Veneta lo scorso anno).
Le due opere sono affascinanti. Rapiscono, turbano, smuovono gli animi, sono occasione di meditazione, e questo è il mistero – il segreto, l’essenza – dell’arte. Ne consiglio a tutti la visione. La prima ricorda che il fuoco produce calore, e riscalda dai rigori dell’inverno, protegge da ancestrali paure, ma può, al contempo, alimentare un incendio devastante, quando l’umanità ne smarrisca il controllo (nella torrida estate di quest’anno abbiamo assistito, sgomenti, al divampare di incendi furibondi), e anche il fuoco delle passioni e delle fedi – aggiungo – è così. L’altra, quella voluta dalla famiglia Boscaini a Monteleone21, dovrebbero vederla tutti quelli che si interessino, in qualunque modo, al vino. Quattro barconi veneziani – quattro sandoli – accolgono schermi verticali a semi-ogiva quasi vetrate di antiche cattedrali gotiche, sopra cui scorre, tumultuoso, un rivolo ideale del vino rosso valpolicellese, che subito divampa e si fa un impeto di fuoco (e il sonoro, in sottofondo, parte integrante dell’opera, è del compositore Michael Nyman). Mi pare una raffigurazione perfetta dell’Amarone. “La barca – disse Plessi nel consegnare il proprio lavoro – è metafora della nostra vita e io sono un navigatore solitario”. Belle parole, per me che adoro i viaggiatori solitari, e prediligo il viaggiare senza muovermi. Sto con chi viaggia col pensiero, intendo, e spesso è che ciò che trovo affascinante nel vino. “Per me l’Amarone – lasciò poi Plessi come pensiero – è simbolo del vino vero, quello che amo profondamente, il vino non sporca mai l’anima ma la eleva, l’anima vive assieme al vino“. Mi piace molto, quest’accentuazione, dato che considero il bere vino un esercizio dello spirito.
La Galleria d’Arte Moderna di Verona, nel salutare Plessi, ha ricordato “la straordinaria capacità dell’artista di intrecciare materia, tecnologia e memoria, dando vita a una visione intensa e poetica”. “Oltre il tempo la tua arte resterà sempre con noi“, ha scritto l’istituzione museale veronese sulla propria pagina Facebook. Sandro Boscaini, patron di Masi, ha pronunciato queste parole d’addio: “Da grande artista ed estimatore ha catturato il senso profondo e l’unicità di questo nettare della Valpolicella traducendolo in un’opera monumentale che rimarrà a testimoniare il nostro comune amore per il territorio e le genti venete di cui è simbolo”.
Propongo, adesso, di ricordare Fabrizio Plessi con un calice di Amarone. A casa propria, al ristorante, o magari a Monteleone21, dove si può bere l’Amarone di Masi, o si possono acquistare i vini delle Famiglie Storiche (è bello che un’azienda dedichi uno dei propri spazi ai colleghi che s’impegnano in un percorso comune), oppure ancora in un’osteria di Verona, di quelle che fanno quasi corona a Palazzo Forti. All’Antica Bottega del Vino, per esempio, o al Caffè Monte Baldo, oppure a Sottoriva o dove preferite. Dovunque, prosit, Maestro.


