Fare il vignaiolo è pericoloso per la salute mentale

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Fare il vignaiolo è pericoloso per la salute mentale. Detto così, sembra quasi un insulto. Il fatto è che a pronunciare quest’affermazione è stato uno dei più grandi vignaioli francesi, un mito, un’icona come Jean-François Ganevat, che si è “messo a nudo” in una splendida intervista rilasciata a La Revue du Vin de France. Sì, raramente ho letto un’intervista così intima, sincera, perfino malinconica come quella che Jean-Emmanuel Simond ha rivolto a Ganevat. Bravi entrambi. Bravo il vigneron a confidarsi, bravo l’intervistatore a far sì che l’intervistato si sentisse in confidenza (non è facile, lo so per esperienza).

Ganevat ha appena venduto vigne e cantina, nel Jura, anche se continuerà a occuparsene, ma senza l’assillo del doversi tenere tutto sulle spalle. Dice che si sente invecchiare, anche se ha solo cinquantadue anni. La morte repentina di due amici, Pascal Clairet del domaine de la Tournelle, a Arbois, e Dominque Belluard in Savoia, lo ha segnato. “Visto da dentro – dice il vigneron – il nostro mestiere sembra sembre bellissimo, ma è anche un mestiere pericoloso“. “Pericoloso? Per quale ragione?” gli chiede Simond. E lui: “Per la salute mentale. Mi sono sempre lasciato demoralizzare in fretta. Vent’anni fa, quando i nostri vini si vendevano male, eravamo preoccupati. Oggi il vino lo vendiamo meglio ed è quasi il contrario: la domanda è troppo alta, questa tensione costante per i soldi non fa bene. Te lo dico io: l’essere diventato troppo una star è complicato da gestire, la speculazione mi pesa. E non dimentichiamo gli incidenti climatici. Abbiamo avuto il 100% di gelata nel 2017, il 35% nel 2019, ancora il 35% nel 2020 e poi di nuovo integralmente nel 2021. E non parlo dei terribili attacchi di peronospora che abbiamo appena vissuto. È tutto così difficile da sopportare. Inoltre, il nostro mestiere è divorato dalla burocrazia e io non sono neanche capace di accendere un computer. Fortunatamente, c’è mia sorella che gestisce tutte le scartoffie. Senza di lei, non sarei in grado di vendere vino in sessanta paesi. Il futuro del mestiere di vignaiolo mi preoccupa“.

Le preoccupazioni vengono da più fronti. Da una parte, le pressioni degli organismi di controllo, che “frenano la libertà di produrre i vini che ci piacciono”, magari mettendo fuori gioco chi ha un pelo di volatile in più dentro al vino. Mentre nessuno dice niente a proposito degli impianti intensivi che stanno nascendo anche da quelle parti. E poi, dall’altra parte, ci sono le gelosie, le malelingue. “Il mestiere del contadino – sottolinea Ganevat – sta conoscendo crescenti gelosie, e magari è per via del successo di alcuni, ma vedo venir meno quello spirito collettivo che c’era una volta, anche tra i vignaioli. Un vigneron dovrebbe essere sempre disponibile, ma quando viene sopraffatto dalle costrizioni, allora perde le sue radici, magari senza neppure che se ne accorga e senza che si possa difendere. Bisogna essere forti psicologicamente, ma non tutti ci riescono“.

Così Jean-François Ganevat ha deciso di vendere. A comprare è stato un magnate russo che vive in Svizzera, Alexander Pumpyansky, già proprietario del domaine Prieuré Saint Jean de Bébian, nella Languedoc. La vendita è avvenuta quotando le vigne a 48 mila euro l’ettaro, che è poco per un nome così importante tra i produttori del Jura. Ganevat è consapevole che poteva ottenere ottenere di più, ma ha preferito guardare al progetto, più che ai soldi – e nel progetto lui è parte integrante, e continuerà a curare personalmente i vini -, e poi non voleva far schizzare troppo in alto il mercato fondiario della zona. Il fatto è che quando i prezzi dei terreni salgono troppo, per le famiglie dei vigneron francesi sono guai, perché in Francia le tasse di successione si pagano in base alle quotazioni del mercato immobiliare. Ne sanno qualcosa in Borgogna, dove molti sono costretti a vendere, perché non sono in grado di far fronte alle imposte di successione, e così i giovani hanno i soldi, ma restano senza la terra. “Mi sarebbe piaciuto vendere a dei giovani, ma non era possibile” confessa Ganevat. Ci leggo anche qui una vena di malinconia.

Mi ha talmente colpito, quest’intervista, che me la sono letta un paio di volte. Poi ho aperto il pc e sono andato ad acquistare on line i vini di Jean-François Ganevat. Perché io mi ostino a credere che una delle componenti fondamentali del vino sia l’umanità, e se in quest’intervista di umanità ne ho trovata così tanta, i vini non possono che avere il carattere del produttore, ed è un carattere che apprezzo. Parecchio.


3 comments

  1. Francesco Torre

    Questa intervista mi lascia perplesso, ci sono alcuni passaggi che sono senza senso.
    D’istinto leggo una soluzione di comodo, presa a cinquanta anni, età ancora giovane.
    Ogni lavoro vero e serio, deve esprimere passione, sacrificio, dedizione, forza interiore, capacità di sopportare le avversità e, soprattutto, la forza di trasmettere tutto questo generazione dopo generazione.

  2. Giannis@alivini.com

    Condivido il tuo pensiero.
    Nella mia vita ( vissuta con il vino) ho sempre fatto le scelte, che oltre alla qualità del vino, ci fosse una persona .

  3. Angelo Peretti

    Angelo Peretti

    Grazie per la testimonianza!

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