Quando da un Tavel capisci l’essenza del vino rosa

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L’articolo 3 del cahier des charges, ossia il disciplinare di produzione, della denominazione d’origine francese del Tavel, nata nel 1936, dice così: “L’appellation d’origine contrôlée «Tavel» est réservée aux vins tranquilles rosés“, la denominazione d’origine controllata Tavel è riservata ai vini fermi rosé. Se aveste nel bicchiere il Tavel 2024 del vigneron Romain Le Bars potreste dubitare del fatto che il disciplinare del Tavel sia davvero riservato ai vini rosa, oppure che questo vino sia Tavel. Infatti, la tinta è più rossa, sebbene chiara e traslucida, che non rosa, eppure è a tutti gli effetti, giuridici e stilistici, un rosé. Infatti, il vino rosa è soprattutto un modo d’essere, e questo vino, nel suo modo d’essere è veramente un vino rosa, con quella sua magnifica, articolata, golosa e specifica bevibilità, che lo differenzia da qualunque vino rosso e da qualsiasi vino bianco. Non a caso proviene da vigneti allevati con lo scopo esclusivo di fare un rosé. Perché questa è la chiave di volta: un grande rosé non può nascere dalla raccolta precoce di uve rosse coltivate per fare vino rosso, perché in tal caso sarebbe un vino fatto con uve immature, e nessun vino fermo può essere buono se proviene da uve immature. Pertanto, a tutti gli improvvisati rosatisti italiani, consiglierei di fare una gita a Tavel, per vedere che cosa significhi possedere la mentalità rosatista, a prescindere dalla tonalità che poi si vorrà dare al vino. Non già per imitarne il colore – quello è solo un dettaglio, che deriva dalle uve impiegate e dalla storia vinicola del territorio -, quanto per comprenderne l’essenza.

Comunque, nello specifico, il colore di questo Tavel di Romain Le Bars dipende dal fatto che le uve (l’uvaggio è quello classico della valle del Rodano, ossia grenache, cinsault e syrah) sono state sottoposte a un periodo di otto o nove giorni di macerazione carbonica a grappolo intiero, come si fa, per intenderci, nel Beaujolais per i rossi (l’affinamento, poi, è avvenuto in botte, barrique e vasca d’acciaio).

Se vorrete berlo, aspettatevi manciate di fruttini di siepe e di bosco, la florealità avvolgente del lillà e un fondo piccantino di pepe nero. Quanto al tannino, è maturo e serio, sebbene per nulla invadente, ed è proprio quel che mi aspetto da un bel vino rosa. Di più, c’è una purezza luminosa del sorso.

Pagato 20 euro, meritati, su un sito francese di ecommerce.

Per chi apprezza anche questo genere di informazioni, aggiungo che si tratta di un vino ascrivibile alla vaga categoria del “naturale”, giacché il vigneron utilizza, in vigneto, pratiche biodinamiche. Tuttavia, non è una nozione importante da sapere prima di bere il vino, e infatti l’ho appresa solo dopo aver finito la bottiglia.

Tavel 2024  Romain Le Bars
(90/100)