Neoclassicismo

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Una concomitanza fortuita e felice ha fatto sì che nel giro di pochi giorni mi capitasse l’occasione di visitare ancora una volta il Museo Gypsotheca Antonio Canova e di assaggiare la nuova annata del Rosso di Montalcino di Giodo, l’azienda toscana della famiglia di Carlo Ferrini. Al museo vicentino di Possagno ci sono stato mentre mi dirigevo nel Coneglianese. Ero di strada, deviazione minima. Avevo letto che in maggio era stata riaperta l’Ala Scarpa, ossia lo spazio espositivo realizzato da Carlo Scarpa – che contiene, tra l’altro, il gesso delle Grazie del Canova -, e volevo vederla. Il vino ilcinese di Ferrini mi era stato recapitato a casa.

In apparenza, le due circostanze non sembrano proporre alcun elemento di comunanza, se non per via della sovrapposizione temporale e del sentimento di bellezza che pervade la scultura di Canova, genio assoluto del neoclassicismo, e il buon vino (e qui mi sono già esposto, dicendo che quel rosso è buono); però, in questo caso, il primo episodio mi ha forse permesso di interpretare, finalmente, il secondo. Non che il vino abbia a che fare con l’arte. Ho già scritto nei miei “Esercizi spirituali per bevitori di vino” che il vino non è un fatto artistico, bensì agricolo, e dunque non condivido il pensiero di chi si impunta a voler assimilare l’opera dell’enologo o del vignaiolo a quella dell’artista. Tuttavia, non avevo ancora bene compreso con quale aggettivo poter designare lo stile enologico di Carlo Ferrini, tecnico che apprezzo per la sua capacità di unire, nei vini, l’eleganza esecutiva con il pieno rispetto del senso del luogo. A Possagno, e poi nell’assaggio del Rosso di Montalcino, l’aggettivo credo di averlo trovato: i vini di Carlo Ferrini sono neoclassici.

Sia chiaro che, alla luce di quanto ho detto di sopra, non è possibile un raffronto di alcun genere tra le creazioni geniali dell’uno con l’attività tecnica dell’altro. Non ho dunque intenzione di stilare l’esegesi di un enologo. C’è solo che i vini in qualche modo pensati da Carlo Ferrini mi sono spesso piaciuti tantissimo, e ci trovavo una linea comune, che però non riuscivo a definire, e a me da fastidio non avere una parola, un’impressione con le quali rubricare un autore, fosse anche solo per mio punto di riferimento. Adesso mi sono reso conto che, così come il percorso del Canova, votato alla ricerca della bellezza ideale, portava lo scultore a concepire delle opere perfette nella forma e immuni, al contempo, dalla freddezza accademica, un tratto simile, per certi versi, caratterizza il lavoro che fa Ferrini, tant’è che, a mio avviso, i vini cui mette mano, nella sua e nelle varie cantine con le quali collabora, aspirano a collocarsi ai massimi livelli espressivi dei singoli territori e delle rispettive denominazioni, senza, tuttavia, crogiolarsi nel formalismo enologico. Parlo, per esempio, del San Leonardo, in Trentino, oppure dei vini di Ricasoli, nel Chianti Classico, o dello stesso Brunello di Giodo. Vini, per me, splendidi. Dico che se il neoclassicismo si fondava sullo studio profondo dei modelli antichi per trarne un distillato di armonia, nel quale la bellezza celasse il rigore del calcolo geometrico, senza esserne adombrata, mi sembra di avvertire qualcosa di simile anche nei vini di Ferrini, che sono idealmente classicisti, e peraltro mai prostrati alla tecnica o alla moda del momento, bensì costitutivi del fascino dei luoghi. Questo non significa che Carlo Ferrini sia l’Antonio Canova del vino: significa, semmai, che i suoi vini sono di stile neoclassico.

È esattamente questa l’impressione che mi ha dato il Rosso di Montalcino 2024 di Giodo. Un vino cesellato, traslucente, che mai prevarica il gusto della compagnia. Un vino neoclassico, come ne sogno molti. Come spero ne nascano sempre di più.

Rosso di Montalcino 2024 Giodo
(90/100)