Nel 1972, l’imprenditore romano Angelo Jacorossi trovò nella cittadina toscana di Montepulciano il luogo di quiete che andava cercando. Decise dunque di acquisirvi una piccola cantina con la sua terra. Oggi Talosa – è questo il nome della società agricola di famiglia – è una realtà da centomila bottiglie, quindici dipendenti e trentatré ettari di vigne, in larghissima parte a sangiovese, che crescono su terre ricche di tufo e sabbie argillose.
Il centro aziendale è prospiciente ai vigneti, portati in conversione all’agricoltura biologica dal 2021, e dunque certificati dalla vendemmia dello scorso anno, ma la cantina storica, ristrutturata e aperta al pubblico, con le sue grandi botti che continuano a essere utilizzate per l’affinamento del Vino Nobile di Montepulciano (le più vecchie hanno quarantaquattro anni), è nel cuore del centro storico, nei sotterranei dei palazzi Tarugi e Sinatti, costruiti nei primi decenni del Cinquecento di fronte al duomo. Un vecchio rifugio antiaereo adiacente è diventato una sala di degustazione, mentre Villa Talosa, in campagna, è adesso un luogo aperto all’enoturismo.
Veniamo ai vini, anzi, al vino, giacché della produzione della famiglia Jacorossi ho avuto modo di assaggiare il solo Nobile di Montepulciano che porta il nome di Alboreto, però in una piccola degustazione verticale di tre annate, la 2018, la 2019 e la 2020. Ne ho tratto l’impressone che questo vino di Talosa si contraddistingua per due principali elementi.
Il primo è l’austerità. Si tratta di interpretazioni assai terragne del sangiovese, che hanno bisogno di tempo per concedersi nella loro pienezza ai bevitori. Vini pazienti, insomma, che trovano nel legno un alleato, e infatti di anno in anno in Talosa si scelgono i tini di affinamento in funzione della singola vendemmia. “La maturazione del vino in botte – dice il general manager di Talosa, Michele Merola – non deve essere una regola scolpita nella pietra e non può prescindere da un’attenta valutazione del vino. Noi decidiamo che botte utilizzare solo alla fine della fermentazione malolattica, così da avere già un primo riscontro relativo alle peculiarità del vino, ai suoi tannini e alle sue caratteristiche organolettiche”.
La seconda connotazione che ho tratto dagli assaggi è quella del rispetto totale delle annate, cosicché ciascun vino è lasciato del tutto libero di esprimere quel che ha dato la stagione, e questa è buona cosa.
Ha comunque sempre, questo Nobile, una struttura piuttosto netta, e così pure sono presenti con costanza alcune note sensoriali di amarena e di violetta.
Ecco le note che mi sono segnato riguardo alle tre annate dell’Alboreto.
Vino Nobile di Montepulciano Alboreto 2018 Talosa. Annata calda. La si avverte nella presenza alcolica, che tende a risaltare. Il vino è terroso e secchissimo, ha cenni di grafite e tannino fitto. Trae beneficio da una vena di freschezza e da un pizzico di sapidità. (87/100)
Vino Nobile di Montepulciano Alboreto 2019 Talosa. Una vena di polvere di caffè intride un frutto bene espresso. Ci sono, poi, tracce officinali e anche accenni boscosi di resina. Rinfrescato dall’acidità, ne prende allungo e doma l’impeto dell’alcol, ottenendo equilibrio. (89/100)
Vino Nobile di Montepulciano Alboreto 2020 Talosa. Accattivanti memorie di sottobosco e di resine raffrescano da subito il sorso, per virare poi lentamente, ma con decisione, verso tracce floreali molto eleganti. Si concede all’assaggio con passo ciondolante fra segni della gioventù e primi cenni di austerità. Da mettere in cantina, in attesa, perché promette assai bene, e sono certo che manterrà le promesse. (91+/100)


