A proposito dell’identità del Soave

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Nell’attuale crisi globale del mercato del vino, sembra che le categorie un po’ più resilienti siano quelle degli spumanti e dei vini bianchi. Peraltro, anche nell’ambito di tali categorie c’è chi fatica, e non da adesso. Tra le denominazioni che sembrano non riuscire più a darsi un’identità precisa c’è quella, storica, del Soave. L’impressione è che la coesistenza fra produzioni massive e prodotti di vertice sia difficoltosa, né ritengo abbia aiutato quella che reputo un’eccessiva frammentazione introdotta con le trentatré unità geografiche aggiuntive inserite nel disciplinare di produzione. Forse ci sarebbe bisogno di un suo totale ripensamento.

Per fortuna, esistono dei vignaioli soavesi che tengono alta l’asticella. Fra di loro ci sono le sorelle Tessari, che conducono l’azienda Suavia. Ho bevuto la loro interpretazione del Soave Classico della vendemmia 2024 e ho avuto conferma della perfetta integrità territoriale che sanno imprimere ai vini.

Fatto solo con l’uva garganega, questo Soave Classico ne porta in sé chiarissimo l’imprinting nel frutto croccante, che dico sempre rammentare quei toni di mela che si hanno quando se ne schiaccia un acino tra i denti. Parimenti, ci sono, nel sorso, i ricordi sulfurei e la tensione tattile che sono propri dei vini ottenuti sui suoli vulcanici delle colline. Insomma, un’ottima esecuzione, che fa pensare a quanto sia potenzialmente attuale la tradizione soavese. Col plus, in questo caso, del tappo a vite, che aiuta a rafforzare l’integrità del vino.

Soave Classico 2024 Suavia
(91/100)