In Val di Mezzane si sovrappongono le quattro denominazioni di origine della Valpolicella (Valpolicella, Ripasso, Amarone e Recioto) e le tre del Soave (Soave, Superiore e Recioto), ma sono in qualche misura sovrapposti anche i suoli calcarei, bianchi, con quelli, a tratti, basaltici, neri. Le uve bianche (la garganega) sono soprattutto sui ghiaioni del fondovalle, quelle nere (corvina, corvinone, rondinella soprattutto) sui pendii collinari. Insomma, è un po’ tutto nero su bianco, sia nelle varietà coltivate, sia nelle tipologie dei terreni. Il titolo di “Nero su Bianco” che i Vignaioli Valle di Mezzane hanno dato, questa volta, al loro incontro annuale con la stampa era dunque più che indovinato. Ma forse è meglio dire, per chi non lo sapesse, dove sia la Valle di Mezzane e che cosa siano e chi siano questi Vignaioli.
La vallata è a est di Verona, Mezzane di Sotto è un comune di circa duemilacinquecento abitanti, l’altro comune vitato, Lavagno, è più popoloso, ma la parte più abitata è allo sbocco della valle. L’area valliva è molto verde, vi si alternano tuttora vigneti, oliveti e boschi, più qualche rado ciliegio. Nella zona ci sono varie aziende che fanno vino alcune anche molto note. Quelle che si riconoscono nella definizione di Vignaioli Valle di Mezzane sono dodici. I loro nomi, in ordine alfabetico, sono: Benini Alessandro, Carlo Alberto Negri (ma in etichetta è solo CarloAlberto, attaccato), Falezze, Grotta del Ninfeo, I Tamasotti, Il Monte Caro, Ilatium Morini, Le Guaite di Noemi, Massimago, Roccolo Grassi, Talestri, Le Cesete. Sono tutte aziende di quelle che il linguaggio burocratico del vino definisce “verticali”, in quanto si occupano, contemporaneamente, di tutte quante le diverse fasi del processo vitivinicolo: fanno l’uva, la trasformano in vino e ne curano l’imbottigliamento e la vendita. Però quei dodici non si sono mai costituiti, formalmente, in un’associazione, sebbene agiscano come se lo fossero, e questa è una curiosa e per certi versi apprezzabile anomalia, che, almeno, per ora, non intendono regolamentare. Insomma, non vogliono darsi una struttura formale, che magari gli consentirebbe sì di trovare dei finanziamenti, ma che secondo loro rischierebbe di burocratizzarli e di impedire la spontaneità del percorso comune. In fondo, se non sbaglio, nemmeno i cosiddetti Barolo Boys, che pure cambiarono il modo di pensare al Barolo, si erano organizzati in un sodalizio. Agiscono, comunque all’unisono anche questi della Valle di Mezzane, ispirati a due idee programmatiche piuttosto chiare: vogliono mappare nel dettaglio i suoli della vallata e il relativo potenziale e vogliono che la Valle di Mezzane diventi una sottozona della denominazione di origine del Valpolicella. Di fatto, i due obiettivi sono strettamente correlati: con la mappatura dei suoli, infatti, si certifica l’effettiva presenza di un paesaggio viticolo sui generis, che merita uno specifico riconoscimento a livello di disciplinare, con una propria sottozona. Però, se il secondo obiettivo pare, al momento, congelato da un certo impasse consortile (in consorzio c’è un comitato vallate, ma per ora il suo lavoro non si è tradotto in linee operative), il primo è invece molto avanzato, grazie allo studio che i dodici hanno affidato a un valente pedologo e geologo come Giuseppe Benciolini. C’è una mappa, chi vuole vederla gliela può richiedere. Difficile dire che la sottozona futura non sia ben definibile.
Ho poi trovato interessante che i dodici abbiano deciso, quest’anno, di far assaggiare alla stampa alcuni dei loro vini suddividendoli per tipologie di suoli. Per ora, si tratta di una ripartizione “sulla carta”, perché non c’è, nei vini, uno stile univoco o un’interpretazione saliente, ma è comunque un passo avanti nella direzione giusta: quella di affidarsi al territorio. Dei vini accenno qui di seguito. Anticipo, tuttavia, che, nel mentre i Soave sembrano essere maggiormente assimilabili tra di loro, i rossi – tutti Valpolicella Superiore – mi sono sembrati in bilico fra alcune versioni più contemporanee, orientate alla beva e alla croccantezza del sorso, e delle altre ancora indirizzate a uno stile fondato sulla concentrazione, anche mediante l’appassimento. Su quale sia l’identità dei rossi della valle c’è dunque ancora molto da riflettere.
I bianchi del fondovalle
Soave 2025 Ilatium Morini. Un bianco mezzanese didattico, con le sue belle note piccantine di zenzero. Il frutto giallo è quello tipico della garganega. Fresco e piacevole. (88/100)
Soave Balinda 2024 Benini Alessandro. Gioca soprattutto le carte della florealità. Fiori bianchi, gelsomino. Lo zenzero c’è. C’è anche il sale, e un che di pepe bianco. (86/100)
Soave 2021 CarloAlberto. Lo stile aziendale, sui bianchi e sui rossi, sembra indirizzato a preservare una certa vegetalità verde. Il sorso è molto piccante, tipico della valle. (86/100)
Soave Broia 2023 Roccolo Grassi. Un fuoriclasse, in parte fatto in legno. Denso, polposo, croccante, gustoso, com’è nello stile di Marco Sartori. Piccantissimo di zenzero e spezie. (93/100)
I rossi dei terreni calcarei
Valpolicella Superiore Mazzacanà 2023 Benini Alessandro. “Cerchiamo di fare vini molto tesi, e dunque molto moderni” dice il vignaiolo. Sapido, pepato, succoso, secco. (87/100)
Valpolicella Superiore Sol Aria 2022 Il Monte Caro. Ecco, netta, la piccantezza di pepe nero, qui quasi graffiante, tipica dei rossi del valle. Il sorso ha tensione, il vino è giovanissimo. (89/100)
Valpolicella Superiore 2021 Carlo Alberto. La prerogativa vegetale è coerente con quella già trovata nel Soave. Il vino è secchissimo e speziato. (84/100)
Valpolicella Superiore Profasio 2022 Massimago. Il frutto rosso, la ciliegia, la mora: sono queste le sensazioni dominanti. Poi, una spruzzata di agrumi, di arancia, e le spezie. Elegante. (90/100)
Valpolicella Superiore 2019 I Tamasotti. L’uva fa una trentina di giorni di appassimento e c’è l’apporto dell’oseleta, vitigno tannico e scuro. È chiaro che il vino risulta rotondo e fruttato. (86/100)
Valpolicella Superiore 2020 Falezze. Una parte dell’uva fa appassimento, ma meno spinto che in passato. Il sorso è succoso, agrumato. Tamarindo, erbe secche, sale. (88/100)
Valpolicella Superiore Prognai 2019 Ilatium Morini. Quasi un tuffo all’indietro negli anni più “internazionali” del Ripasso, cui somiglia molto. Frutto denso. (84/100)
I rossi dei terreni vulcanici
Valpolicella Superiore Determinazione 2023 Talestri. Un rosso decisamente piccante. Il sorso è succoso di fruttini, intrisi di erbette officinali. Consistente le bevibilità. (88/100)
Valpolicella Superiore 2021 Grotta del Ninfeo. Lo stile aziendale è quello che uso definire “antico”, perché fa emergere le foglie secche, la frutta selvatica asprigna, il pot pourri. (89/100)
Valpolicella Superiore 2019 Roccolo Grassi. Marco Sartori fa vini longevi, talché questo 2019 risulta giovanissimo. Colore luminoso, frutto maturo, pepe bianco, tracce fumé. (92/100)
Valpolicella Superiore 2015 Le Guaite di Noemi. L’annata in commercio. Fa dieci giorni di appassimento per cercare il frutto, com’è nello stile di Noemi Pizzighella. Bell’equilibrio (90/100)
Valpolicella Superiore 2016 Le Cesete. Vino “confidenziale”, pochissime bottiglie da un fazzoletto di terra. Rosso arcaico, che sa d’incenso e di frutto macerata, figlio di lungo appassimento. (88/100)


