All’ultimo Vinitaly sembrava che non si potesse parlare d’altro che di dazi americani e di vini a bassa o nulla gradazione alcolica. Però ha ragione da vendere il mio amico, cantiniere bravissimo, Silvio Piona quando mi dice che i vini low alcohol ci sono già e li fanno in Piemonte sotto le denominazioni dell’Asti, del Moscato d’Asti o del Brachetto d’Acqui, e se proprio si vuole un vino a bassa gradazione alcolica, basta bere uno di quelli, che oltretutto, a volte, sono anche molto buoni.
Ne ho trovati tre di buonissimi proprio al Vinitaly, al banchetto dell’azienda Cadgal, scritto così, tutt’attaccato, come nuova dizione di quella che fino a un paio d’anni fa era Ca’ d’Gal. Il cambio non è solo nominalistico, perché insieme con la menzione aziendale è cambiata anche la proprietà, passata nel 2023 da Alessandro Boido al giovane imprenditore torinese Alessandro Varagnolo e al neocostituito gruppo La Cova.
Ammetto che al tavolo mi ci sono avvicinato con una qualche ritrosia, perché i vini di Boido sono stati a lungo, per me, dei punti fermi nel panorama, che mi è molto caro, del Moscato d’Asti, e infatti ne ho in cantina alcune vecchie annate, stante che il Moscato di Ca’ D’Gal ha sempre avuto una spiccata propensione al lungo affinamento (il Vite Vecchia del 2003, di cui, grazie al cielo, posseggo ancora una bottiglia, è tra i più strabilianti bianchi italiani che abbia mai bevuto, e il tempo ha continuato a migliorarlo). Il rischio era quello della disillusione. Però ho ceduto al ripetuto invito di Michele Bertuzzo, il titolare di Studio Cru, l’agenzia che segue la comunicazione dell’azienda, e mi sono diretto al padiglione dei Micro Mega Wines di Ian d’Agata, dov’era ospitato lo stand, minuscolo, di Cadgal.
Ci sono capitato, però, in un momento in cui c’era afflusso al tavolino, e siccome ero abbastanza di corsa per un convegno imminente e non potevo attendere oltre, ho chiesto di assaggiare, velocemente, i soli vini a base di moscato della nuova gestione, giusto per farmi un’idea di quale fosse la situazione. Ne sono rimasto folgorato. Mi è parso, infatti, di rintracciarvi una finezza che prima non era mai stata così netta. Però, siccome la folgorazione può derivare da un abbaglio, soprattutto quando vai di fretta, mi sono ripromesso di riprovarli con la calma e il contesto appropriati, e dunque fuori dalle urgenze della fiera. Ci sono riuscito qualche giorno fa nella mia casa di montagna, e ne ho tratta una piena conferma della prima impressione, ossia che nella nuova Cadgal con l’uva di moscato si producono dei vini elegantissimi, a riprova della mia convinzione che l’Asti e il Moscato d’Asti, quando siano fatti con la dovuta cura, abbiano ben pochi paragoni al mondo, se non, forse, dalle parti di Vouvray, nella Loira, pur con gradazioni alcoliche ben maggiori, lassù, oppure con certi kabinett, auslese o spätlese della Mosella e del Rheingau. Solo che, chissà perché, lo chenin blanc e il riesling rendono motivatissimi i bevitori, e invece il moscato no. (Per inciso, siccome ho parlato di cura, nel caso di Cadgal è quella dell’enologo Luca Caramellino, nonché della consulente viticola Maresa Novara.)
Di più, questi vini mi offrono anzi l’occasione di riaffermare la mia convinzione inossidabile che il Moscato d’Asti e anche l’Asti – quello dolce, intendo, vivaddìo – siano bianchi che dovremmo imparare a stappare sin dall’aperitivo, e anzi, per via di quella loro effervescenza cremosa, per me danno il meglio soprattutto all’inizio d’un pasto (anziché solo alla fine), serviti insieme con i salumi (li adoro con il prosciutto crudo, in particolare se è di montagna), con le verdure di stagione, con qualche preparazione di pesce e perfino con dei formaggi a pasta molle. L’apoteosi, poi, sta tutta nell’abbinamento con un risotto che sia stato mantecato con il taleggio o con il morlacco del Grappa. Spero anzi che adesso che c’è una qualche attenzione al bere a bassa gradazione alcolica questo genere di accostamenti prenda finalmente piede, e magari anche la pratica del lungo affinamento in bottiglia.
L’ho tirata un po’ lunga, ma quando mi entusiasmo va così. Volevo scrivere una recensione e invece ne è uscito un pamphlet sul moscato.
Asti Dolce 2024 Cadgal. Ho usato, qui sopra, l’aggettivo “cremoso”. Aggiungo un secondo aggettivo: “setoso”. Considerateli entrambi, e avrete capito questo vino. Sette gradi d’alcol. (94/100)
Moscato d’Asti Lumine 2024 Cadgal. La leggerezza e i fiori, soprattutto quelli, inebrianti, del sambuco. Vino piacevolissime, che sa di primavera e di tepore. L’alcol è al cinque per cento. (91/100)
Canelli Moscato Sant’Ilario 2023 Cadgal. Qui è tutto frutto, e il colore è indorato. C’è, soprattutto, la pesca gialla, polposa e ben matura, e un che di tropicale, perfino. Cinque gradi. (90/100)


