Nonno Gerardo e quell’idea del Prosecco invecchiato

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Un po’ per volta, il Prosecco da affinamento si sta facendo largo tra i quasi ottocento milioni di bottiglie di pronta beva che si producono, ogni anno, nelle tre denominazioni del Prosecco, del Conegliano Valdobbiadene e dell’Asolo. Per me, il Prosecco dell’attesa è sempre stato soprattutto quello nella tipologia Dry, la più morbida, che col passare del tempo assume una sfaccettata personalità, a me graditissima, ma questa volta ho avuto l’occasione di sperimentarne uno, in più annate, anche nelle versioni più secche, accompagnato, nella scoperta, da uno dei miei numi tutelari prosecchisti, vale a dire Gianpaolo “Giampi” Giacobbo, narratore sapiente di cose vinicole e rockettare, il quale è convinto, a differenza mia, che nei vini fatti con la glera “una struttura più presente richiede un residuo di zucchero inferiore, in quanto l’equilibrio gustativo è in relazione alla somma dei due elementi, cui si aggiunge l’acidità”. Queste parole le ha dette mentre guidava me e un piccolo gruppo di altri colleghi in una mini verticale del Gerardo, il Valdobbiadene che i Ruggeri dell’azienda agricola Le Colture i fratelli Veronica, Silvia e Alberto hanno dedicato al nonno e alla passione con cui si dedicava alle sue Rive, vale a dire ai vigneti più scoscesi, quelli a maggiore pendenza. Sono le colline di questo genere quelle che hanno fatto guadagnare al territorio il titolo di patrimonio dell’Unesco.

Il Gerardo viene dalle Rive di Santo Stefano, che è un celebre cru di Valdobbiadene, subito di là delle vigne del Cartizze. Sulle Rive di Santo Stefano l’azienda Le Colture ha meno di mezzo ettaro di vigna, che cresce su suoli di pietra biancone; se ne traggono circa seimila bottiglie l’anno, ottenute col metodo Martinotti “lungo”, novanta giorni a contatto coi lieviti in autoclave. Veronica Ruggeri sostiene che la sapienza vinicola della zona ha saputo elaborare “un matrimonio perfetto tra un’uva, la glera, e una metodologia”. Il successo planetario del Prosecco dimostra che ha ragione.

Ma il Gerardo è un Prosecco “diverso”, e mica solo perché sul fronte dell’etichetta il nome Prosecco non lo trovate scritto, giacché Le Colture si avvalgono della possibilità di eliderlo e di scrivere solo Valdobbiadene. Il fatto è che appena assaggi il vino, la prima cosa che ti colpisce è che la componente fruttata “classica” della glera valdobbiadenese è solo in sottofondo, e invece prevalgono il sale e la freschezza, ossia quelle caratteristiche che formano, insieme, la sensazione tattile che viene chiamata mineralità. Gianpaolo Giacobbo dice che il motivo risiede nell’escursione termica che c’è su quella collina: tra il giorno e la notte ci corre una bella variazione di temperature, anche nelle giornate di calura.

Il Gianpi è anche convinto che la sosta lunga sui lieviti e l’attesa in bottiglia siano “la grande opportunità da cogliere per chi fa Prosecco”, dato che “l’ingrediente tempo diventa quanto mai utile per mettere in luce il talento di questa zona. Non si tratta infatti solo di resistere agli anni che passano, ma di modellarsi con esso, rilasciando sfumature nuove che la giovane età non potrà mai dimostrare”. Il Gerardo esce tardi, rispetto alle abitudini del mondo del Prosecco, tanto che oggi è in commercio l’annata 2023.

Del Valdobbiadene Superiore Gerardo ho assaggiato quattro annate. Le più vecchie, ossia la 2017 e la 2019, uscivano come Brut e avevano un residuo zuccherino di sette grammi per litro; le più giovani, vale a dire la 2021 e la 2023, sono Extra Brut e hanno un paio di grammi di zucchero residuo in meno. Tutte e quattro si sono dimostrate di una giovinezza considerevole, il che costituisce un’ulteriore dimostrazione, seppure indiretta, di come il Prosecco di collina sia, nonostante i numeri, ancora ben poco conosciuto da parte dei bevitori, che tendono a stapparlo molto presto, e anzi perfino troppo presto. Semmai, la differenza tra un’annata e l’altra l’hanno fatta, negli assaggi, le sfumature, che provo a descrivere qui di seguito in breve.

Valdobbiadene Gerardo Brut 2017. Erbette alpestri, un accenno di agrumi; poi, netta, la liquirizia “dolce”, quella che vendono in stringhe arrotolate nelle sagre di paese. C’è un acenno di cremosità. La sapidità è rinfrescante. (92/100)

Valdobbiadene Gerardo Brut 2019. L’annata è stata calda, e dunque il vino è più sul frutto maturo. L’indole è classicista, fa pensare immediatamente a Valdobbiadene. Vedete che l’andamento delle annate si sente anche nel Prosecco? (88/100)

Valdobbiadene Gerardo Extra Brut 2021. Se mi si passa il concetto di mineralità, questo è decisamente il più minerale dei quattro vini assaggiati. Torna, in più, la liquirizia, e gli si somma una traccia speziata di pepe bianco. (90/100)

Valdobbiadene Gerardo Extra Brut 2023. I fiori di zagara ti colgono impreparato: è un vino del tutto mediterraneo, e la salinità lo fa ancora di più marino. Sottile sottile, sullo sfondo c’è il pepe bianco anche qui. Ha bella vita davanti a sé. (91/100)

Spoiler: le quattro annate del Gerardo le abbiamo assaggiate insieme con un risotto con gli asparagi bianchi di Bassano, cucinato da Chiara Barisan del Ristorante Salis, indirizzo da ricordare, sulle colline di Valdobbiadene; Gianpi Giacobbo, che è di Bassano, ha affermato che il risotto era perfetto, e del resto nessuno avrebbe potuto sollevare obiezioni, stante l’affidabilità dell’abbinamento, per cui, se vi capita di essere da quelle parti, non mancate il risotto con gli asparagi bassanesi e il Gerardo.